Due liceali di una scuola cattolica che si affrontano in una rissa a suon di coltellate. Un’immagine che sancisce la perdita di ogni parvenza di grazia, definita da una scompostezza intrinsecamente ferale.
Una simile descrizione, suggerita dalla band e rafforzata dalla cover, trova una sintesi perfetta nel sound dell’album. Alexisonfire, debutto omonimo della band canadese composta da George Pettit (vocals), Dallas Green (chitarra ritmica e vocals), Wade MacNeil (chitarra lead), Chris Steele (basso) e Jesse Ingelevics (batteria), costituisce l’esempio di una release talmente irruenta, quanto profondamente malinconica, al punto da distinguersi per la propria unicità.
Il disco si apre con il tapping lento ed evocativo di “.44 Caliber Love Letter”, il quale è sorretto dalla melodia di supporto della seconda chitarra e complimentato dall’ingresso di una sezione ritmica cadenzata che guida l’ingresso nella prima strofa. La parte vocale di George Pettit svetta per l’impiego di un vocal fry ad alta tensione laringea, che risponde a una marcata urgenza espressiva ed emotiva, alla quale fanno da contraltare le melodie in pulito cantate da Dallas Green in un intreccio che costituisce la cifra stilistica della band. La transizione tra la prima e la seconda strofa, è affidata a un susseguirsi di riff che funge da vero e proprio bridge. Ne emerge una dimensione compositiva che abbandona la struttura canonica della forma canzone, alimentando il sentimento di apparente caos organizzato che pervade l’intero disco.
“Counterparts and Number Them” continua l’assalto con un riff di apertura dall’alto quantitativo di BPM che sfuma in una strofa in cui l’alternarsi tra i due vocalist costituisce il cuore della traccia.
La struttura del dittico di apertura, di cui la prima traccia è scandita da una build-up lenta e progressiva, mentre la seconda presenta una maggiore intensità, trova un seguito nella struttura della tracklist che ricalca questo modello, bilanciando perfettamente l’equilibrio tra tensione e rilascio sonoro, enfatizzandone la natura da setlist live.
In questa prospettiva, la seguente “Adelleda” costruisce la propria intro con metodicità, culminando in una strofa che esplode in tutta la sua veemenza nella successiva ripartenza, culminando in un’outro di piano.
“A Dagger Through the Heart of St. Angeles” costituisce, a bella posta, il contraltare della precedente con la propria aggressione sonora. Questa traccia, pur non essendolo formalmente, incarna a tutti gli effetti la titletrack tematica del disco. Ciò emerge con chiarezza già a partire dai lyrics, che ritraggono l’attrito tra due adolescenti, denominate paradigmaticamente Love e Freedom, nell’asfittico contesto di una scuola cattolica.
“I'm trying hard to forget that cold October day, when Love challenged Freedom to a fist fight. Freedom looked victorious, but no one was prepared for what would happen on that baseball diamond when Love reached beneath her plaid jumper, pulled out a switchblade and drove it... directly through the heart of St. Angeles.”
Uno scenario talmente vivido imprimersi con forza nella memoria visiva.
Il ritmo subisce un temporaneo rallentamento con “Polaroids Of Polar Bears”, la cui suggestiva intro è affidata a una parte di chitarra suonata con un delay caratterizzato da un alto parametro di Rate e da un Feedback bilanciato, restituendo un’atmosfera simile a quella di un sintetizzatore. Il tutto trova il perfetto connubio con l’ingresso della sezione ritmica, in cui spicca l’apertura melodica della parte di basso di Chris Steele. La traccia, nella sua andatura sinusoidale, passa da una strofa aggressiva alla build-up che introduce alla suggestiva outro in cui, ai raw screaming di Pettit, si interseca la melodia di Green che, saturandosi progressivamente con l’aumento del Gain, chiude quello che considero il punto più alto dell’intero disco.
L’impatto funambolico, scandito da continui cambi di tempo, prosegue con “Waterwings”, seguita dall’atipica e malinconica canzone d’amore “Where No One Knows” e dalla feroce “The Kennedy Curse”.
A chiudere il disco è, infine, il ben assortito trittico composto da “Jubella”, impreziosita da degli incalzanti stop and go in tempi dispari, “Little Girls Pointing and Laughing” che, per la prima volta, introduce un vero e proprio chorus, e dal colpo di coda conclusivo di “Pulmonary Archery”: chiusura dalla forte carica emotiva ed energica e summa definitiva del sound dell’opera.
Con Alexisonfire, la band consegna ai posteri un debutto che rifugge ogni forma di linearità, costruendo la propria identità sull’attrito costante tra disordine e controllo.
Lungi dall’essere un mero esercizio di aggressività sonora, il disco dimostra una consapevolezza compositiva che si manifesta proprio nella sapiente gestione delle dinamiche dei brani, rendendoli estremamente coinvolgenti.
Un’opera che colpisce per la sua natura ambivalente, tra la brutalità e la malinconia post-adolescenziale, in grado di trasformare il caos in linguaggio e la rabbia in forma.