Gli Amon Amarth: la quintessenza del viking metal, o almeno di un certo modo di interpretare questo strano sottogenere dell'heavy metal.
Nonostante il fatto che mentirei a dire che siano una delle mie band preferite, sono sicuramente uno dei nomi a cui sono più affezionato: il motivo potrebbe farvi sorridere. Il fatto è che quanto ero un ragazzo, nella affollata Pisa dei collettivi (ambiente a cui chi mi conosce sa che ho lasciato un pezzo di cuore e che è stato il teatro a cui i dischi che amo recensire hanno fatto da colonna sonora) esisteva - esiste tutt'ora ma se usi il presente non fa scena il racconto - un piccolo negozio di dischi e merch che sarà stato qualcosa come tre metri di altezza per una stanza larga una decina di metri quadri, forse meno, dedicato a musica di tutti i generi ma che comunque - coerentemente con l'essere un negozio molto stradaiolo, di seconda mano e "sociale" - si dedicava soprattutto a varie forme di rock et similia. Fu qua che un giorno, uno dei tanti giorni che ci andavo a cazzeggiare senza comprare nulla, vidi una maglietta formidabile, tamarra da far impallidire quella t-shirt dei Manowar rossa che mettevo a ogni serata, con asce e simboli vichinghi: fu amore a prima vista. Solo che gli Amon Amarth li conoscevo solo di nome! Così, per poter comprare la maglietta senza essere un poser, mi buttai a capofitto nell'ascolto dei vichinghi. Sciagura: mi facevano cagare, e anche alla grande! Non ci sentivo l'epicità a cui li avevo sempre letti associati: per epicità intedevo quella degli Heavy Load, dei sopracitati Manowar, al più quella dei Candlemass. Eppure in qualche modo gli Amon Amarth ronzavano sempre nelle mie cuffie e dopo un po' riuscii a capire la loro formula, riuscii a capire che ero io che non comprendevo questa band. E - senza sorprese - il disco che più mi prese era questo loro esordio, un monumentale capitolo della storia del metal estremo. Qualche settimana dopo un ragazzo con una maglia degli Amon Amarth guardava in cagnesco borghesi e fricchettoni.
Certo, forse i dischi successivi sarebbero satti meno caciaroni e un filo meglio prodotti, ma forse per altri versi risulteranno anche troppo pompati o banali. Già nei dischi immediatamente successivi, che pure sono molto gradevoli, io avverto un filo di scontatezza e un uso delle idee più orientato a un metal estremo più moderno e di facile portata.
La formula di questo disco è la seguente: cattiveria scuola Slayer, paganesimo scuola Bathory, un batteria che pesta come un fabbro e linee di chitarre che con soluzioni geniali si inseriscono allo stesso tempo muscolari e eleganti nei meandri di un vocione che sembra uscire dall'inferno. Pezzi pachidermici, in cui si fa veramente fatica a tenere il filo della narrazione, ma che una volta che riesce a catturarti non ti lascerà.
Gli Amon Amarth a loro tempo rappresentarono qualcosa di effettivamente innovativo. Non perché band come Enslaved o Bathory non avessero già sdoganato l'impiego di un suono così nordico, ma perché erano definitivamente non black - punti di somiglianza con i Mayhem: zero - né melodic death (cioè okay, in un certo senso stiamo su coordinate melodeath, ma non certo in senso di In Flames). Il metal degli Amon Amarth era moderno: possiamo veramente usare questa parola. "Once Sent From the Golden Hall" unisce ritmiche spezzate e serrate a momenti gradevoli per i vecchi fan del thrash, una voce che fa la gioia di chi aveva adorato la vecchia scuola death ma che non si preclude di piacere a chi è più affine al metal prodotto nei primi anni duemila, ha tematiche epiche e vichinghe ma che in effetti non ti lasciano completamente senza respiro, permettendoti anche di apprezzarle se non sei un patito della scuola scandinava.
Le tracce che compongono questo masterpiece sono più o meno tutte di livello alto: il drumming spaccato di "Friends of the Suncross" è da brividi, ma vogliamo parlare dell'opener? La lunga "Victorious March" è un pezzo epico e solenne ma sempre estremamente massiccio, con un muro di suono da paura. "Without Fear" ha le giuste intuizioni melodiche, così come la cupa "Amon Amarth". Insomma, pezzo dopo l'altro la band forgia un suono forse ripetitivo - anzi sicuramente ripetitivo - ma che sa calare numerosi assi nella manica.
Non penso che gli Amon Amarth siano una delle più grandi band metal e forse questo disco non è neanche in una top 20 dei migliori dischi metal degli anni '90. Ma c'è davvero bisogno che vi dica quali siano i dischi con cui competerebbe in una simile classifica? Resta il fatto che "Once Sent From the Golden Hall" è un monumento del suo genere e il capolavoro di una delle band che ad oggi tengono più solide le colonne del metal estremo. Sapete che vi dico? Che se tutta la scuola di matrice folk/viking che oggi affolla i festival si andasse e riascoltare 'sto capolavoro e capisse che il viking metal si suona così e non solo vestendosi da buffoni con le pelli di animali, beh, si sarebbe fatto un bel passo in avanti.
"A cry of war emerges, echoes over the field, boldly charging the enemy lines". Voto: 90/100.
«Il primo, leggendario LP degli amatissimi Uomini del Nord è quasi semi-sconosciuto... è ora di finirla con questa ingiustizia.»
«Una miscela perfettamente riuscita ed equilibrata fra il death metal svedese più intransigente, il gelo furente del black e melodie power.»