“Andromeda” è l’unico album che il poco conosciuto gruppo omonimo britannico, organizzato come trio chitarra/basso/batteria, riuscì a pubblicare prima di sfaldarsi definitivamente al crepuscolo dell’anno 1969.
Il genere è un hard rock blues muscolare ed essenziale dominato dalla disordinata ed impetuosa chitarra di John Cann, al quale sono affidate anche le parti vocali. Lui farà cose assai migliori subito dopo, con gli Atomic Rooster dell’ottimo Vincent Crane.
Purtroppo oltre alla grinta e alla schiettezza non vi sono altre virtù in queste otto canzoni (che raddoppiano, tramite altrettanti additional, nella versione in dischetto digitale): le melodie, i riff, gli arrangiamenti si fermano all’ordinario e gli assoli di chitarra risultano assai confusi, costituiti come sono da focose corse su e giù per la tastiera a prendere quante più note possibili, ogni tanto ciccandone pure qualcuna. Non si palesano uno, due o più brani che spicchino, che si facciano ricordare, che trascinino in qualche modo anche tutto il resto verso un giudizio favorevole dell’album.
Quest’etichetta italiana, la Akarma, a suo tempo fece un grosso lavoro di recupero e ristampa di un sacco di musica allora alternativa (la si chiamava underground, ricordo) uscita fra la fine dei sessanta ed inizio settanta. Ovvero negli anni del boom della psichedelia poi mutatasi rapidamente in progressive oppure in jazz rock, rock blues, folk blues… talvolta in tutti e tre i generi miscelati insieme.
Ho approfittato ogni tanto di queste pubblicazioni Akarma per ricercare/recuperare ciò che avevo perso di quella stagione del rock ma, devo scriverlo, avessi mai fatto una scoperta (o riscoperta) clamorosa, un’epifania, il recupero epocale di un nome rimasto tale nella mia memoria per decenni e invece meritevole di profonda conoscenza.
In sostanza i dischi bellissimi di quegli anni già li conoscevo e li possedevo, Akarma mi ha aiutato ad introdurmi a tanti altri, ma ce ne fosse uno all’altezza di quelli… Compreso questo “Andromeda”, onesto e soprassedibile hard rock di fine sessanta, la cui sfumatura più psichedelica alla fine sta nella copertina. Il sapore genuino e pionieristico di quegli anni formativi per il rock c’è tutto, ma solo quello.