Copertina di Beck, Bogert & Appice Beck, Bogert & Appice
MauroCincotta66

• Voto:

Per collezionisti di vinili, appassionati di rock anni '60/'70, fan del virtuosismo musicale, estimatori di jeff beck e dei power trio.
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LA RECENSIONE

13.500 km circa separano Kanazawa, il capoluogo della Prefettura di Ishikawa lungo il Mar del Giappone, da Brescia e, sappiatelo, grazie ai potenti mezzi di DHL, tale distanza può essere coperta da 4 vinili in soli 4 giorni! Certo, non sempre va così, la volta scorsa ho dovuto attendere quasi un mese prima che il tanto atteso pacco di vinili AAA Japan press, partito da Tokio ma affidato alle poste giapponesi, giungesse fino a casa. Direi che dovrebbe bastare questo a spiegare la teoria della relatività e che, quindi, tempo e spazio non sono assoluti, ma relativi all'osservatore, o al … corriere!

Il tempo … Certo per un musicista “tenere il tempo” è una condizione imprescindibile. Tuttavia, il sig. Jeff Beck non faceva caso al fatto che, negli anni a cavallo tra ’60 e ’70, tutto stava accadendo rapidamente. Basti portare quale esempio l’evoluzione nel modello del “Power Trio”, trasformazione che possiamo usare quale “cartina tornasole” di quei cambiamenti che sconvolsero la musica ampliando la scena del rock. Se negli anni '60 il trio era sinonimo di libertà improvvisativa e blues espanso (Cream e Jimi Hendrix Experience), all'inizio dei '70 diventò la struttura portante per la nascita dell'Hard Rock e del Prog (ZZ Top e Grand Funk Railroad da un lato, Rush ed Emerson, Lake & Palmer dall’altro). E così, nel 1973 la creatura partorita dall'unione del talentuoso chitarrista con il cantante/bassista Tim Bogert ed il batterista/cantante Carmine Appice, un power trio chiamato con poca originalità “Beck Bogert & Appice”, è stata quantomeno intempestiva, visto che il loro primo (e ultimo) disco (in studio) fu un album rock con elementi blues, funk e rock psichedelico che avrebbe avuto ben altra accoglienza solo se fosse stato pubblicato nel 1969 o ’70 al massimo.

E, infatti, i tre avevano discusso per la prima volta di lavorare insieme già nel 1967, quando Bogert e Appice costituivano ancora la sezione ritmica dei Vanilla Fudge e Beck smaniava dalla voglia di formare il suo primo gruppo solista dopo il rabbioso abbandono degli Yardbirds. Ma, in quell'occasione, Beck finì per formare il Jeff Beck Group, mentre Bogert e Appice continuarono ancora per un po' con i Vanilla Fudge (per poi formare i Cactus). È difficile dire cosa cercasse Beck nella sezione ritmica dei Vanilla (e dei Cactus): visto il risultato, forse voleva solo suonare a tutto volume e con grande intensità; certamente aveva in mente i Led Zeppelin e, non potendo disporre di Jones & Bonham, ripiegò sui due che avevano maggiori affinità con la leggendaria coppia (in merito rinvio alla bella rece de @IlConte: https://www.debaser.it/vanilla-fudge/out-through-the-in-door/recensione).

La chitarra di Jeff Beck è ovviamente il pezzo forte dell'album, garantendo il solito senso di ingegnosità sia tecnica sia melodica; anche il basso di Tim Bogert è unico nel mantenere il ritmo senza mai mettere in ombra le prestazioni di Jeff ma, ogni volta che gli viene concesso un riff alla fine di una frase, lo afferra e lo sfrutta sapientemente. Per non parlare del fantastico lavoro alla batteria di Carmine Appice, una potenza che non si ferma mai, nemmeno nei momenti più delicati. Anzi, forse Carmine è il vero fulcro di questo lavoro, grazie alla sua abilità nel mantenere saldamente il nervosismo dei brani. Jimmy Greenspoon al piano e Danny Hutton ai cori, entrambi dei Three Dog Night, più Duane Hitchings al mellotron e al piano completano la band in studio.

Rumorosi come la dannazione e pieni di zelo sperimentale, Jeff, Tim e Carmine partono subito forte con “Black Cat Moan”, un blues di Don Nix (che ha anche co-prodotto l'album insieme al trio) caratterizzato da una chitarra slide pungente, bassi pesanti e corposi e con Appice che tratta le “pelli” in modo piuttosto diretto per un risultato semplicemente travolgente. Le successive inedite “Lady” ed in particolare la ballata “Oh to Love You” strizzano l’occhio alle radio (dell’epoca, ovvio!) mettendo in evidenza la vena “commerciale” del gruppo: il primo è un brano decisamente virtuosistico sin dall’intro, in cui i tre mettono in chiaro quale sia la loro padronanza tecnica, la seconda è una classica ballad caratterizzata da un bel lavoro “sotterraneo” del basso. C'è, però, un piccolo problema, particolarmente evidente nei quattro inediti equamente ripartiti tra le due facciate: le parti vocali sono per lo più dimenticabili, e non aspettatevi nulla nemmeno per quanto riguarda i testi che evidenziano banalità sin dalla scelta dei titoli. “Essendo un trio, io e Tim decidemmo di cantare", racconta Appice. "A quei tempi non contavano tanto le canzoni, quanto piuttosto il modo di suonare. Le canzoni erano solo un mezzo per improvvisare.” E questa è, in sintesi la migliore recensione dell’album, dove troviamo dimostrazioni di tecnica e immaginazione che lasciano a bocca aperta, ma attenzione, tutto ciò nonostante il materiale inedito e non certo grazie ad esso.

Quando, invece, suonano canzoni con melodie e testi accreditati ad altri, sono assolutamente magnifici! Emblematico il seguente “Superstition”. Stevie Wonder, ammiratore di lunga data di Beck, lo aveva invitato a suonare nelle sessioni per il suo album “Talking Book”; Beck accettò prontamente, a condizione che Wonder gli scrivesse una canzone. “Stevie scrisse Superstition appositamente per me come parte di un trio”, afferma Beck. “La nostra versione era decisamente metal per l'epoca, anche se Stevie la odiava con tale veemenza che si poteva quasi sentirne il sapore.” In realtà i problemi iniziarono quando Berry Gordy, il boss della Motown, la ascoltò. Convinto che sarebbe stato un grande successo, Gordy insistette affinché Wonder rifacesse il brano e lo pubblicasse lui stesso. I BBA dovettero invece realizzare la loro versione mesi dopo, e che versione! Jeff Beck infilza riff di chitarra qua e là in un arrangiamento orfano del clavinet e delle tastiere di Stevie per un risultato comunque esplosivo. “Sweet Sweet Surender”, un'altra ballata dai toni vagamente psichedelici a firma di Don Nix, introduce la seconda facciata, seguita dal rock di “Why Should I Care”, mentre “Lose My Self With You” si distingue per una bella dimostrazione di sapienza nell’utilizzo del pedale wah wah da parte di Beck. Anche “Livin’ Alone” vanta, a sua volta, un elevato livello qualitativo per quanto riguarda la musica, in particolare per il gran lavoro di Beck alla chitarra. “I’m So Proud”, un classico soul di Curtis Mayfield, chiude il lotto con un’atmosfera intimistica e molto suggestiva che stempera i bollenti spiriti rockettari dei brani precedenti.

In definitiva, “Beck, Bogert & Appice” è un disco vario e molto gradevole, con alcuni spunti di altissima levatura, forse poco originale (frequente la sensazione di aver già sentito un riff o una melodia) ma che, sicuramente, è stato pubblicato con almeno tre anni di ritardo. Vi invito però a riflettere: se “il tempo non può essere una determinazione di fenomeni esterni, non appartenendo né alla figura, né al luogo, ...; ma determina, al contrario, il rapporto delle rappresentazioni nel nostro stato interno” (Kant), allora – per il mio stato interno – le quattro perle da aggiungere alla collezione sono nuove di pacca (anche se pubblicate tra il ’69 ed il ‘74).

Ricordatevi infine che “La memoria è l’intelligenza degli idioti” (Albert Einstein), e, nel ricordarlo, vi sentirete, pertanto, un po’ idioti … Nel frattempo io, per fare l’intelligentone, mi perdo nell’oblio, abbasso la puntina sul vinile e faccio finta che “Beck Bogert & Appice” sia stato pubblicato nel 1969, oppure oggi, tanto il tempo degli eventi è diverso dal nostro!

Lato 1

  • Black Cat Moan (Don Nix)
  • Lady (Appice, Beck, John Voorhis "Tim" Bogert, Pete French, Duane Hitchings)
  • Oh to Love You (Appice, Beck, Bogert, French, Hitchings)
  • Superstition (Stevie Wonder)

Lato 2

  • Sweet Sweet Surrender (Don Nix)
  • Why Should I Care (R. Kennedy)
  • Lose Myself with You (Appice, Beck, Bogert, French)
  • Livin' Alone (Appice, Beck, Bogert)
  • I'm So Proud (Curtis Mayfield)
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Riassunto del Bot

L'album 'Beck, Bogert & Appice' mostra una tecnica musicale straordinaria, guidata dalla chitarra di Jeff Beck e una sezione ritmica solida. Nonostante la poca originalità dei brani inediti e la timida resa vocale, alcune cover sono esplosive. Il disco paga un’uscita tardiva per la scena rock, ma resta un gioiello per collezionisti appassionati e amanti dei power trio.

Tracce video

01   Black Cat Moan (03:50)

02   Lady (05:33)

03   Oh, to Love You (04:06)

04   Superstition (04:19)

05   Sweet Sweet Surrender (04:02)

06   Why Should I Care About You Now (03:34)

07   Lose Myself With You (03:21)

08   Livin' Alone (04:12)

09   I'm So Proud (04:11)

Beck, Bogert & Appice

Supergruppo formato da Jeff Beck (chitarra), Tim Bogert (basso, voce) e Carmine Appice (batteria, voce). Attivo nei primi anni '70, pubblicò l'album omonimo di studio nel 1973 e realizzò anche registrazioni live.
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