Immaginatevi la scena: una decina d’anni fa, l’incubo dell’Y2K, quell’ignobile pupazzo di Flat Eric, gli Aqua di “Barbie girl”, e un ragazzino (all’epoca) magro di quindi/sedici anni, già fanatico di qualsiasi suono che fosse minimamente distorto e ritmato, ad esclusione del trapano del dentista (tutt’ora grande nemico di questo ormai ex ragazzino, ex studente delle superiori, ex magro, ma eternamente rocker).

Questo ragazzetto, un po’ esagitato per via della giovane età, ma che ad un dinamismo pratico tipico dell’essere giovane e ribelle  (ribelle verso cosa? Non si è mai capito) associa una personalissima filosofia contemplativa, in cui il rock era vissuto come esperienza trascendentale se non addirittura in maniera mistica.

La religione del rock, per essere meglio concepita e vissuta, quindi obbligava questo suo adepto/sacerdote/predicatore alla lettura costante e attenta delle sacre scritture che narrassero l’epica dei suoi protagonisti e la filosofia di cui essi ne erano coscienti cantori.
Il ragazzino di quindici/sedici anni, in torno alle ore 13,30, di un imprecisato giorno tra il lunedì e il giovedì (non era il venerdì, siccome essendo l’ultimo giorno della settimana “lavorativa”, di conseguenza il più lieto, me lo sarei rammentato) entra in una nota libreria in quel di Chiavari, passandovi all’interno tutto il varco temporale che risiede tra la fine delle lezioni canoniche e l’inizio dei corsi di recupero, prende dallo scaffale del piano rialzato della libreria un volumetto delle edizioni GIUNTI (mi pare), è un libruncolo dedicato ai classici dell’Heavy Metal.

Non sono tanto i nomi, per lo più (all’epoca) ignoti a questo giovane venuto su a pane e Litfiba, a destare curiosità, no, ma ciò che primariamente attira più di tutto lo sguardo: le copertine.
Immagini forti, colori potenti, danno un senso di arrogante vigore e di già citata ribellione: c’è il mostruoso felino robotico di “Defenders Of The Faith” dei Judas Priest, il volto incollerito ed eccitato di John Gallagher nell’EP “Mad” dei Raven, e poi quella copertina, senza ne creature abominevoli o visi dotati di espressioni pazzesche, no, non ci sono neanche colori “sclerati” a dare risalto ad un’atmosfera già immaginata di follia sonora senza pari, quella copertina, così lontana nel tempo (primi anni ’70) e nello spazio (universo più profondo) dava un senso di inquietudine e attrattiva difficili da descrivere.

Un immenso “tappeto” di tante stanze quadrate, di cui all’orizzonte non se ne scorge la fine, sovrastato da un simbolo sconosciuto e da un cielo scuro con algide stelle a fare da guardiane ad un mondo –apparentemente- disabitato da ogni forma vivente.
Okey, siamo d’accordo che un libro o un disco non si deve giudicare dalla copertina, ma d’altro canto anche l’occhio vuole la sua parte, e quel ragazzino –che altri non era che il sottoscritto, si era capito?- lasciatosi influenzare dall’estetica della front cover di quel disco registrato in quel di Nuova York circa trent’anni prima, cominciò ad amare una che a parere suo è considerabile come una delle più grandi band a stelle e strisce di sempre.

Stiamo parlando dei Blue Oyster Cult, e il disco in questione è appunto l’omonimo album registrato nel 1971 (uscito l’anno seguente, nel gennaio del 1972, pochi mesi dopo la fine delle registrazioni); il disco che di per se non può considerarsi “heavy metal” come odiernamente inteso, se pur scarno nella produzione, presenta dieci tracce di puro hard rock visionario: sia nella parte musicale che ancor più nelle liriche, in maggioranza scritte dal manager-produttore -sesto membro-amico Sandy Pearlman.

L’onore dell’apertura è dato alla ruggente “Transmaniacon MC”, una sorta di inno di una sgangherata band di satanici motociclisti, ma non ce ne accorgiamo nemmeno che in poco più di tre minuti siamo già arrivati a “I'm on the lamb but I Ain't No Sheep”, sono un agnello ma non una pecora… sinceramente il significato della canzone tutt’ora mi sfugge, si capisce che parla di un viaggio in terra Canadese, tra husky e ghiacciai su cui scorrono slitte: magari saranno presenti i membri dei Transmaniacon MC, a condurre una gara nel paese della foglia d’acero.
Mistero dei testi e fascino del mistero in generale, che appunto accompagna le tematiche dei “Black Sabbath statunitensi”.

Ma ecco che arriviamo alla terza traccia del long playing, a parere personale, la più bella di tutto il lavoro, e una delle cinque più belle di tutta la produzione del gruppo: “Then came the last days of may”, testo e musica scritte interamente dal chitarrista Donald Roeser (alias Buck Dharma) che oltre a dare saggio della sua vocalità ci delizia con delicati e allo stesso tempo sorretti fraseggi di impostazione blues.

Testo per lo più criptico, la cui ubicazione temporale ce la propone già il titolo, “…poi vennero gli ultimi giorni di maggio”, ma ambientato dove? Chi sono i protagonisti della vicenda? Personaggi indefiniti, ognuno con i suoi soldi in tasca che a detta del “narratore” li avrebbe portati molto lontano, ma lontano dove? Forse ad occidente? Ma di che occidente si tratta?
Si parte da una “terra arida senza sabbia del deserto” in cui “il Sole era solo un puntino” fino ad arrivare in un luogo “freddo e sterile”.

Forse i “sacchi e bilancia a misurare le cose” (chissà quali “cose”) e “il conducente (che) ha detto che il confine è solo il bluff" lasciano presagire si tratti di immigrati messicani, chi lo sa: si capisce solamente che la vicenda finirà in malo modo.
Sembra essere il viaggio il tema portante di questo disco, di fatti la quarta traccia si intitola non a caso “Stairway to the stars”, che assieme a quella consecutiva, “Before the kiss, a redcap”, sarà uno dei cavalli di battaglia dei concerti di questo fenomenale gruppo: motivi scatenanti per un pubblico affamato di ritmo.

Ritmo che di certo non manca nella tanto rinomata e famosa “Cities of flame with rock and roll”, che assieme alle cronologicamente successive “Astronomy”, “Burning for you”, “Godzilla” e soprattutto “Don’t fear the reaper”, diventerà un marchio di riconoscimento dei B.O.C..
Ma facciamo piccoli passi, prima di arrivare all’ottava suddetta traccia, di mezzo si inseriscono “Screams” e “She’s beautifull as a foot”: entrambe sorrette da un alone di oscurità, la prima marcia a velocità sorretta ma non invadente, la seconda invece è decisamente più lenta e cadenzate. Sono unite come se si trattasse di un unico brano, a dividerle solo una rullata di batteria.


Dopo la già citata “Cities of flame  with rock and roll”, ecco giungere “Workshop of the telescopes”, testo con riferimenti scientifico-fantascientifici o addirittura astronomici, passa veloce, quattro minuti mediamente scanditi da due gradevolissimi assoli chitarristici e da un riff fascinoso e occulto.
Il finale è dato da “Redeemed”, sonorità molto “easy”, quasi country sia nel sound che nel testo, classica canzone da autoradio… ops… da US higway.

Per chi come me possiede la versione rimasterizzata su cd, vi sono anche quattro bonus tracks di un demo registrato il 21 luglio e l’11 settembre del 1969 dai Soft White Underbelly, che poi si tramuteranno negli Stalk Forest Group e nel 1971, con l’entrata di Joe Buchard al basso, definitivamente nei Blue Oyster Cult: i primi tre sono brani originali (“Donovan’s monkey”, “What is Quicksand” e “A fact about sneakers”), e l’ultima una cover del soulman Bobby Freeman, “Betty Lou’s got a new pair of shoes”: il sound è abbastanza diverso da quello dei BOC che verranno, è assimilabile ad una sorta di bislacchi Doors della East coast.

Un disco sicuramente acerbo, ma non per questo disprezzabile; indubbiamente epocale se pur datato, ma proprio per questo motivo amabilissimo: orma percepibile di un sintomo di bravura e originalità e di un successo (più che meritato) che non si farà attendere.
Se vi ritrovate dieci euro nel portafoglio e non sapete come spenderveli (magari sono tutti in tediosissime monetine) e avete voglia di ascoltarvi della buona musica, questo disco potrebbe rappresentare per voi –carissimi lettori- un invito a conoscere (per chi purtroppo non ha avuto modo di avere nozione della sua esistenza) e ad amare una band unica e impossibile da etichettabile, oppure per amarla ancora di più e comprenderne la genesi.

Buon ascolto e che il rock sia con tutti voi.

P.s.= Cadendo oggi il giorno 8 dicembre, il mio ricordo va a due grandi musicisti se pur di generi parallelamente opposti: John Lennon, di cui oggi ricorre il trentennale dell’uccisione, e Dimebag Darrel, del quale pure oggi ricorre l’anniversario dell’uccisione, avvenuto sei anni fa. Per entrambi a opera di uno squilibrato.
In ogni caso, non bastano pallottole per uccidere la musica, la buona musica, quella fatta col sangue, gli sputi, l’anima, il cuore, quella vissuta giorno per giorno, dolore per dolore, gioie per gioie, e percepita come fede religiosa.

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