Il progressive italiano è sicuramente molto vasto: tanti gruppi, più o meno noti, band poco famose ma nello stesso tempo interessanti e molte influenze tra di loro. Si passava dall'hard rock del Rovescio della Medaglia al dark prog del Balletto di Bronzo, dall fusion - jazzrock degli Area al prog sinfonico de Le Orme.

Quelli che mi accingerò a recensire sono un gruppo non di certo celebre come la PFM o il Banco, il quale ha prodotto solo un album omonimo ma nel quale ho trovato degli spunti molto interessanti. La band era composta dal chitarrista Enrico La Rosa, Mauro Sarti, Carlo Marcovecchio, Richard Ursillo e Alfredo Barducci. Dopo buone attività live trovano un'etichetta e si apprestano a registrare il primo e unico cd. Il cd è strutturato in otto movimenti, senza sfociare in delle proprie suite e senza presentando dei cali di attenzione. Il genere si appresta su un hard rock massiccio, con chitarra e organo sempre in evidenza, alternando momenti duri ad atmosfere più rilassate, con fiati e un accenno di folk.

Un riff blues già ci presenta la filosofia del combo. Si parte con "Primo Tempo" che mostra subito l'anima rock del quintetto, passando in pochi minuti dal Rovescio della Medaglia al Balletto di Bronzo, snocciolando groove e assoli con molta facilità. Quando arriva la parte vocale la musica si fà più psichedelica, per poi dar spazio anche a momenti più rilassati e addolciti dalla bellezza del flauto di Barducci. "Secondo Tempo" è uno strumentale dove si respirano tempi antichi, melodie che solo il progressive sà dare all'ascoltatore.

"Terzo Tempo" aggredisce l'ascoltatore con una raffica di assoli che esplodono imminenti: forse il pezzo più bello dei Campo di Marte. Un brano sublime dove tutto è cosi perfetto e che non mi capacita come non siano riusciti ad uscir fuori dal guscio. Brividi nei vocalizzi aggressivi ma mai sgraziati, con chitarra e pianoforte che sanciscono un susseguirsi di cambiamenti di ritmo. Con "Quarto Tempo" si ha l'impressione di essere finiti in "YS" del Balletto di Bronzo, un breve brano per organo e con la chitarra che riprende il tema portante del "Terzo Tempo".

"Quinto Tempo" si appresta a rimare sempre sul folk. La band stupisce ancora, ritornando sugli schemi hard rock oriented con "Sesto Tempo", impreziosito da sonorità ossessive dell'organo e da varie fughe chitarristiche.

Si arriva alla fine del disco con "Settimo Tempo". Un finale che mette d'accordo tutti sulla qualità, sulla capacità artistica e compositiva della band, furba anche nel riprendere varie influenze del periodo e rivalutandole nel proprio stile.

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