dal blog di Matteo Bordone:
Qualcuno mi aveva accennato qualcosa, tra gli spasmi del riso incontenibile, a proposito di questo intervento ad opera di Roberto Faenza sull’argomento “Avatar vs Resto del Cinema”. Poi oggi Casanova Wong Kar-Wai dei 400 Calci mi ha mandato il link. E allora ho letto un pochino quello che il regista d’arte europea Roberto Faenza ha pensato di dire a proposito di Avatar, l’ultimo volgare attrezzo del giostraio James Cameron. Perché lui la mette così. Lui.
Salta fuori che, dopo le polemiche a proposito dei finanziamenti al cinema, dopo i mesi di scene madri da parte di tutti i membri di questa piccola industria parastatale, dopo le minacciate perdite enormissime della nostra cultura e delle nostre vite che a sentir loro avremmo potuto subire, stanno facendo di tutto per convincerci che al prossimo giro è proprio il caso di segare qualsiasi forma di finanziamento. Che poi a uno spiace per i macchinisti, ma se i professionisti del cinema italiano ragionano in questo modo, forse è proprio uno sport diverso, magari anche divertente, ma che ci interessa poco e non vogliamo finanziare.
Perché per guardare all’industria cinematografica americana con una gerla di luoghi comuni così vecchi e antistorici — non stiamo parlando di un filologo romanzo, ma di uno che fa almeno dal punto di vista teorico lo stesso lavoro di Billy Wilder — bisogna essersi costruiti una bolla spaziotemporale, di quelle che se fai da solo va bene, ma se devo anche stare a sentirti e darti dei soldi, allora siamo dalle parti del plagio collettivo.
Il cinema è nato in mezzo ai baracconi, ed è intrattenimento spettacolare effettistico da sempre. Anzi, è stato prima quello che documentario e verità: quando i Lumière proiettavano scene di vita comune, la natura stessa della riproduzione del movimento era impressionante, spaventosa, da brividi, e nessuno in sala la viveva come “verità”. Il cinema è sempre stata la forma di intrattenimento/espressione/comunic azione popolare più cara tra quelle disponibili. Continua ad esserlo, e per questo ha dimensioni economiche tendenzialmente rilevanti. Mai, nella storia del cinema, un genere povero ha vinto in contrapposizione con un genere ricco. Il cinema spettacolare è sempre stato quello di maggior successo, quando c’è stato. E va bene così.
Il grande cinema ha sempre conosciuto grandi produzioni. Come sa chiunque abbia visto dei titoli di coda, la produzione di personaggi artificiali dà lavoro a molte più persone rispetto alla ripresa di attori in carne ed ossa. I tempi di lavorazione dei film animati sono molto più lunghi di quelli dei film tradizionali. Nessuno, prima di questa genialata di Faenza, ha mai messo in discussione il lavoro della Disney come antiumanistico. Anche Bacon fu — fortuna! — risparmiato dalle critiche, quando decise di non usare il realismo delle macchine fotografiche, e affidarsi invece al proprio egoistico pennello. In particolare Avatar è una delle produzioni più colossali di tutti i tempi, e pensare che abbia poco a che fare con gli uomini è segno di una miopia preoccupante. Gente che vende pagliuzze al dettaglio e non si accorge dei TIR di legname che gli sfrecciano alle spalle.
Finirei col dire che chi lavora nel cinema, come chi è appassionato di quella roba lì, in genere sa che il lavoro complesso tendenzialmente si ammira con la giusta umiltà. Perché è un casino mettere in piedi un colossal: non è una stupidata da mangiatori di hamburger. Sia esso un peplum di Cinecittà del Dopoguerra, oppure un musicalone di Bollywood, o Avatar, o un wuxiapian cinese, un colossal è la manifestazione della potenza industriale e organizzativa del cinema, lavoro collettivo per eccellenza, re dei lavori logistici civili. E gli appassionati di cinema amano il cinema. Se ne fottono di questo e quello: amano il cinema. Ne vogliono tanto, bello, e senza gnè gnè. Cosa che non vale per Faenza, il quale — non facciamo gli incompresi — ha una posizione che ormai nessun critico s