Il jazz non è morto (!?).
Nel sempre più fluido panorama contemporaneo, dove le frontiere tra tradizione e avanguardia si fanno sempre più sfumate, “Kadef” si impone come un “oggetto sonoro” non identificato: un'opera che nasce dall’improvvisazione radicale, ma approda a una forma sorprendentemente coesa.
L’album arrangiato da Devin Brahja Waldman, con il contributo determinante di uno straordinario gruppo di musicisti etnici, si colloca ai confini tra il jazz, il krautrock e la musica tradizionale nordafricana.
Si tratta di un doppio LP (stampato in 1000 copie), pubblicato nel febbraio del 2023, che diventa una “sfida sonora” alle varie categorie di musica convenzionale. Il progetto prende forma da una serie di sessioni di pura improvvisazione, dove Brahja Waldman con un ensemble eterogeneo di musicisti esplora i territori che oscillano tra ritualità, trance e dinamiche collettive di creazione dal vivo. Il musicista ha dichiarato: “The music materialized naturally, collectively improvised, without previously discussed compositions or ideas and without second takes”.
Brahja Waldman, figura atipica della scena newyorkese, polistrumentista dalla formazione eclettica (suona il basso elettrico, il sax, la batteria e le percussioni), stava passeggiando nel quartiere di St. Laurent a Montreal quando ha sentito una voce “ultraterrena” provenire dal locale Divan Orange. Entrato ha potuto ascoltare il cantante di origini marocchine Ziad Qoulaii ma trapiantato a Montreal che si stava esibendo sul palco, e profondamente colpito dalla sua vocalità, lo ha invitato a unirsi a quella che di li a poco sarebbe diventata la spina dorsale del suo progetto musicale.
Il nucleo magnetico del progetto è costituito proprio la voce di Ziad Qoulaii. In molte tracce non canta soltanto melodie, ma investe lo spazio con fraseggi che si integrano con gli strumenti come se fosse un tessuto sonoro aggiuntivo, andando oltre la semplice funzione lirica. Il suo canto è spesso definito “estraneo” alle convenzioni jazzistiche occidentali essendo fluido, emotivo, a volte quasi teatrale. La sua voce funge da collante tra la tradizione Gnawa e l’espressione contemporanea strutturando un’opera che richiede ascolti ripetuti per esporre la sua ricchezza timbrica e la profondità delle interazioni tra strumenti e voce.
L’architettura di “Kadef” si sviluppa in un’unica lunga traiettoria rituale divisa in due movimenti, più che in Take intese nel senso tradizionale. La sequenza dei brani è pensata come arco narrativo e questo flusso progressivo partendo dalla trance propulsiva iniziale (ritmo, corpo, danza), prosegue con la rarefazione contemplativa finale (ascolto, respiro, spiritualità).
La prima parte dell’album è dominata dall’energia propulsiva dettata da pattern ipnotici, pulsazioni motorik, il ritmo rock ipnotico e costante in 4/4 caratteristico del krautrock tedesco degli anni settanta, ma filtrato attraverso una sensibilità jazzistica. Waldman alterna batteria e sax con un approccio istintivo, più corporeo che cerebrale, con la batteria che spinge incessantemente e il guembri di Anas Jellouf che intreccia un groove sospeso tra musica africana e rock europeo.
In Sahel (Pt. I) il pattern ritmico ciclico motorik, prepara il terreno su cui si innestano il sax, le chitarre ed il basso. La batteria di Devin lavora su una pulsazione costante, non aggressiva ma insistente, creando uno stato ipnotico. La voce di Ziad Qoulaii entra gradualmente, non introduce una melodia compiuta, ma un canto modulare che si avvolge al ritmo. Il risultato è una trance controllata, che richiama le cerimonie Gnawa (rituali terapeutici e spirituali notturni di origine sub sahariana, praticati in Marocco, che hanno la funzione di guarire malattie psichiche e spirituali attraverso la trance) ma con un impianto jazzistico libero.
La title track Kadef rappresenta il centro gravitazionale dell’album. Qui l’ensemble appare più compatto e il dialogo tra strumenti si fa serrato. Il guembri e il basso elettrico intrecciano linee profonde, mentre il sax si muove su registri acuti, talvolta stridenti. Qoulaii assume un ruolo quasi sciamanico: il canto diventa invocazione, con variazioni dinamiche improvvise che guidano l’ensemble. L’impressione è di trovarsi davanti a una costruzione collettiva che si rigenera a ogni battuta.
In Abbès Saladi l’atmosfera cambia. Il tempo rallenta, la tessitura si dirada. L’introduzione è più atmosferica, con un uso marcato di riverberi e spazi vuoti. Il riferimento è meno rock e più spiritual jazz. La voce non domina, ma si inserisce come eco lontana. È un brano quasi meditativo, che interrompe la tensione accumulata nei pezzi precedenti e funziona come ponte verso la seconda parte del disco. Qui può proporsi il confronto verso lo spiritual jazz contemplativo di “Journey in Satchidananda”. In effetti, l’atmosfera sospesa e l’uso dello spazio ricordano le tessiture mistiche di Alice Coltrane, nella costruzione di un ambiente sonoro che suggerisce meditazione più che tensione. La differenza sta nella timbrica: dove Alice utilizzò l´arpa e l´organo per creare verticalità cosmica, Waldman mantiene una consistenza percussiva e terrestre.
La seconda parte del disco, infatti, lascia il campo a spazi eterei costruiti su sax, oud e improvvisazioni vocali profonde, dove la voce di Qoulaii emerge come l´elemento trascinante e spirituale.
Sahel (Pt. II) riprende alcuni elementi del primo movimento riletti in chiave più rarefatta. Il ritmo diventa pulsazione interna. Il sax lavora su fraseggi più lirici, meno abrasivi, e l’interplay appare più libero. La voce di Qoulaii si espande su registri più profondi, quasi narrativi. Il brano suggerisce la chiusura di un cerchio: ciò che era energia centrifuga in apertura si trasforma qui in riflessione centripeta. Come in “A Love Supreme” di John Coltrane, il brano funziona come ritorno tematico trasformato: riprende elementi iniziali ma li interiorizza. La dinamica del pezzo non cresce verso l’estasi, bensì verso l’introspezione.
Il brano Diva of Deva Loka (presente solo nelle prime edizioni del disco) funge da epilogo estatico. L’ensemble torna a stratificazioni sonore più dense, mentre il canto assume un carattere quasi liturgico. Qui si coglie la piena maturità del progetto: la fusione tra jazz improvvisato e radici nordafricane non appare più come incontro tra mondi, ma come linguaggio unitario di sintesi e trascendenza. Il parallelismo con “Ascension” di Coltrane riguarda l’idea di massa sonora condivisa, ma senza l’anarchia totale del free jazz degli anni sessanta.
Mentre Trane cercava l’universalismo spirituale, Pharoah Sanders e Alice Coltrane l’estasi collettiva afroamericana, Waldman in “Kadef” propone una terza via di interpretazione del “nuovo jazz”: una trance interculturale post-globale, dove Montreal diventa il crocevia tra Maghreb, New York e Berlino kraut.
Ciò che distingue “Kadef” da altre produzioni di world-jazz contemporanee è la radicalità dell’approccio: l’improvvisazione è il principio generativo dell’opera stessa. Non c’è ricerca di equilibrio rassicurante, piuttosto una tensione costante tra caos e forma, tra trance collettiva e ascolto reciproco.
In questo senso, Waldman si colloca in quella schiera di musicisti che intendono il jazz come linguaggio in continua trasformazione, capace di assorbire e rielaborare tradizioni diverse senza neutralizzarne la rispettiva identità e “Kadef” diventa un disco che non concede melodie immediate, né strutture convenzionali, ma offre in cambio un’esperienza totalizzante, quasi rituale.
Questo Album probabilmente è destinato a diventare una pietra miliare contemporanea perché non è un semplice punto di incontro tra generi musicali, ma una vera dichiarazione d’intenti: la musica come spazio di libertà, di dialogo interculturale e di evoluzione dell’ascolto.
"Jazz is not dead, it just smells funny". cit."Uncle" Frank Zappa.
I Kadef Abgi sono:
Ziad Qoulaii – voce
Mathieu Pelletier-Gagnon – tastiere
Anas Jellouf – guembri / qraqeb / batteria
Devin Brahja Waldman – batteria / sax / basso elettrico
Vicky Mettler – chitarra
Sam Shalabi – chitarra
Anass Hejam – chitarra
Hamza Lahmadi Kenny – oud
Rachid Salamate – guembri / voce
Il disco è stato registrato da Mathieu Pelletier-Gagnon in Montreal, QC.
Mixato e prodotto da Devin Brahja Waldman.
Masterizzato da Mark Gergis.
Il magnifico artwork di copertina è di Ala Dehghan, mentre il layout è di Ilja Tulit.