Come, e più di altri in Italia, Luca Carboni ha saputo carpire gli umori e le speranze (spesso vane) della propria generazione, quella cioè nata nei primi anni '60 e ventenne negli anni '80, la cosiddetta "generazione senza voce" cresciuta senza gli ideali del decennio precedente e cresciuta a televisione e plastificazione sociale (l'edonismo; la Milano da bere; il tatcherismo) e che si pensava vuota ed informe. Carboni, invece, ne racconta i dubbi e le speranze tradite, la voglia di futuro ed un futuro che fa paura, il perdersi ed il ritrovarsi, l'amore confuso e "La voglia di vivere". Un po' come farà Max Pezzali il decennio successivo, ma con molta più classe (e più bravura musicale) del collega pavese. Carboni, al suo terzo album, fa centro sia in termini di consenso critico (è, a tutt'ora, uno dei suoi lavori più apprezzati) sia a livello commerciale (più di 800.000 copie vendute): si presenta in copertina col proprio nome e cognome, un cappello a larghe falde ed un'espressione tanto "vissuta" quando tardo-adolescenziale che tradisce i propri 25 anni. Piace alla ragazzine (è un bel ragazzo), piace alle mamme (è un bravo ragazzo) e, nonostante sembri cantare come se fosse trascinato per i capelli, quel tipo di timbro, così "scazzato", fu la fortuna di un disco che contiene almeno tre singoli passati alla storia: "Silvia lo sai"; "Farfallina" e "Vieni a vivere con me". In particolare quest'ultimo fu uno dei primi brani italiani a parlare di convivenza nell'asfittico panorama musicale italico in cui al massimo ci si poteva fidanzare, poi sposarsi ma oltre non si andava e Carboni, che intuì che il "rito" della convivenza in quegli anni stava prendendo piede tra i ventenni (ed i trentenni) arriva a descrivere l'unione non regolata da nessun contratto con ironia e umorismo ("Vieni a vivere con me/sai quante cose potremmo fare/tu potresti suonare il piano/mentre io spalmo la maionese/potrei spalmartene un po' sul collo/e leccandoti far tremare Bach" (la scrisse con Nicola Lenzi, amico dai tempi dei Teobaldi Rock, gruppo giovanile in cui militava Carboni). Fu una ventata d'aria fresca ed il pubblico apprezzò: finalmente qualcuno in grado di capire le nuove tendenze sociali (e, se vogliamo, una nuova cultura di vita).
Le vendite, però, furono tanto ampie (e, per certi versi, inaspettate) grazie soprattutto all'ansiogena "Farfallina" che fece impazzire, letteralmente, le ragazzine dell'epoca. "[...] Il pubblico femminile, soprattutto, che quando il pezzo uscì lo sentì cucito su di sè come l'investitura di una generazione tenera ed insicura. [...] il suo merito principale fu quello di rinnovare la tradizione della grande canzone d'amore mettendola al servizio del loro mondo fragile attraverso un linguaggio diretto [...]". (Dario Salvatori, Il Salvatori 2015 - Il Dizionario della Canzone). Le radio la passavano in continuazione e divenne quasi una "canzone-droga" ma fu il simbolo della generazione eightees, come nessuno in Italia aveva osato, con attacco citazionista battistiano che faceva già capire molte cose ("Un fiore in bocca/può servire/non ci giurerei"). Ovviamente, n.1 in hit parade.
Non è da meno "Silvia lo sai", scelto come primo singolo: il tema dell'amore difficile in adolescenza, la scoperta della droga (che aveva accomunato anche la generazione degli anni '70, "Lilly", 1975, di Antonello Venditti insegna) e quel ritornello famoso "Silvia lo sai/lo sai che Luca si buca ancora". Non era la prima canzone sull'argomento "droga" (di esempi nel passato ce n'erano già stati, a partire da Eugenio Finardi nel 1977) epperò l'accurata descrizione del contesto (una Bologna notturna e "difficile") sorprese molti (il profumo delle notti di maggio, e chi ha vissuto a Bologna sa cosa significhino quelle notti e quei profumi). "[...] Sarà il verso iniziale "La maglia del Bologna sette giorni su sette" [...] quel pezzo mi schiude delle porte che non sapevo di avere. Tipo che d'improvviso sento nascere un calore nuovo, e comincio a pensare che sarebbe ora di prendersi una cotta per qualche ragazza, per esempio" (Gianluca Morozzi, L'Emilia o la dura legge della musica).
"La voglia di vivere" ebbe un discreto successo, anche se a rimanere, a mio avviso, sono pezzi come "Lungomare" (che è proprio una bella canzone "notturna" e nostalgica), "Gli autobus di notte" (pezzo sottovalutatissimo che parla dell'anzianità utilizzando la metafora degli autobus, "...ingombranti/come i nonni e le vecchie zie") o la fatalista "Chicchi di grano" (un amore finito, come foglie d'autunno, e cosa resta?). Forse, meno azzeccati brani come "Continuate così" (che cita, addirittura, San Francesco) o "Caro Gesù" (anche se i riferimenti al sociale non mancano). Poi, come sempre, ognuno ha le proprie preferenze. Ma questo era un grande album e Carboni non ne ha ripetuti molti a questo livello (salvo forse il "Carboni", 1992, che gioca però su tutt'altri registri) ed è un vero peccato. Comunque ora, dopo una lunga e debilitante malattia, è tornata in grande forma: auguri!
Undici nuove ballate piene di melensaggini che strizzano clamorosamente l’occhio ad un pubblico femminile da telenovelas.
Più che la voglia di piangere che pare avere lui, a me è venuta voglia di togliere immediatamente il disco dal lettore cd.
"Silvia Lo Sai" è una poesia musicata sulla droga, donna ammaliante e perfida che può distruggere anche l’amore e l’amicizia.
La solitudine e la felicità hanno un volto, lo stesso volto. Quello di una farfallina, che talvolta vola così alto ch’è impossibile anche solo sfiorarla.