“Buongiorno afroamericani, novità?”
È il dicembre del 1968 e Berry Gordy, il boss della Motown, fa capolino negli uffici chiedendo aggiornamenti sulle vendite che, la sua testolina da manager ingordo (nomen omen), traduce velocemente in dollari sonanti diretti sul suo conto corrente da spendere per le imminenti festività natalizie.
“Capo, questa volta mi sa che aveva torto, Grapevine di Marvin sta letteralmente stracciando la versione di “Gladys Knight & The Pips”. Di più, hanno telefonato dall’Inghilterra e, anche lì, la gente è impazzita …”
Anche se il dialogo è frutto della mia fantasia, è certo che Gordy era ben contento di aver preso una cantonata: fin dall’agosto del 1966, quando “I Heard It Through the Grapevine” era stata registrata per la prima volta dai “Miracles”, ne aveva impedito la pubblicazione. Pochi mesi dopo, quando Whitfield gli aveva fatto ascoltare la versione del brano di Marvin Gaye, l’aveva nuovamente rifiutata aggiungendo che la canzone “non era un successo” e che “faceva schifo”. In risposta, Whitfield aveva registrato un ulteriore adattamento del brano con un arrangiamento completamente diverso, più allegro e privo del caratteristico riff d'organo, con “Gladys Knight & the Pips”. Pubblicato nel settembre del 1967 divenne il più grande successo della Motown … fino ad allora, fino all'ottobre del 1968, quando, finalmente, Gordy permise la pubblicazione della versione di Gaye che si apre con il famoso riff d'organo, cupo e minaccioso, che fa intuire la disperazione causata dal tradimento dell’amata e lo shock nel doverlo apprendere da altre persone invece di sentirsi dire la verità direttamente dal partner (N.B. L'espressione inglese "I heard it through the grapevine" si può tradurre in italiano con “l'ho sentito dire in giro”). Questa è anche la prima volta che Marvin canta in un registro vocale molto più alto del solito, raggiungendo occasionalmente il falsetto e l'effetto è radicale: è come se avesse finalmente accettato di aprire la gabbia in cui tutti quei proverbiali “demoni interiori” erano stati sedati fino a quel momento.
Ma, andiamo con ordine: alla fine del 1967, Marvin Gaye aveva pubblicato un solo singolo da solista in 18 mesi: “Your Unchanging Love”, oltre al duetto con Kim Weston, “It Takes Two”, e i duetti con Tammi Terrell, “Ain't No Mountain High Enough” e “Your Precious Love”, anche se era in studio per registrare un album fin dai primi mesi del 1967.
Del resto, il progetto di Gordy per Marvin era chiaro fin dall’inizio: fare di Gaye un entertainer alla Nat King Cole, e, fino ad allora, aveva funzionato alla grande, grazie all’egregio lavoro di scrittura di Holland-Dozier-Holland era diventato il re del doo-woop, il genere con testi incentrati su amori innocenti, gioia e malinconia e dove i cori e le linee melodiche cantate rimpiazzano di frequente l'accompagnamento strumentale. Non solo. Comprendendo la naturale predisposizione di Gaye a interpretare canzoni d'amore, in seguito lo lanciò sempre in coppia con interpreti femminili Motown: Martha Reeves, Mary Wells, Kim Weston, Diana Ross, ma soprattutto Tammi Terrell. L'intesa tra Terri e Marvin era grandiosa; gli ultimi anni dei Sessanta furono l'epoca d'oro dei duetti e quello di Terri e Marvin era in grado di proporre musica di alta qualità.
Ma “The Times They Are A-Changin'” avverte il Bardo di Duluth. Iniziati con l'ingenuità del decennio precedente, i sixties termineranno con l'impatto di una realtà più cruda palesatasi già con la morte di J.F. Kennedy nel 1963 e quella di M.L. King nel 1967. Meno di un anno prima della conquista della luna, Marvin aveva tutte le ragioni per voler cambiare registro. Oltretutto, durante un'esibizione con Tammi all'Hampden-Sydney College nell'ottobre del 1967, la Terrell crollò per la stanchezza tra le braccia di Gaye. A Terrell fu poi diagnosticato un tumore al cervello che ne decise il destino, conclusosi a Filadelfia il 16 marzo del 1970. Caos fuori e caos dentro: il matrimonio di Gaye con Anna Gordy (sorella di Berry e di quindici anni più grande …) era turbolento, così come i suoi dissidi personali con il suocero che avevano iniziato a creare tensioni nel suo rapporto con l'etichetta discografica.
Del resto, la storia della musica, soprattutto quella moderna, è fatta da artisti che la musica la suonano, la compongono e la producono, e da chi cerca di divulgarla e diffonderla magari avviando etichette o case discografiche e, probabilmente la carriera di Marvin Gay non sarebbe stata la stessa senza l'intervento di Berry Gordy: Marvin Gaye/Berry Gordy è forse il più emblematico dei rapporti che hanno incarnato l'essenza della soul music; ovvero l'incontro-scontro tra la pura spiritualità del gospel e la vocazione commerciale dell'industria discografica. E se Gaye ha potuto, nei ‘70, cambiare completamente registro e tematiche fu solo perché i grandi successi dei ‘60 lo avevano reso ricco e famoso e per questo capace di avere un controllo totale sui propri prodotti.
Ma non siamo ancora alla rivoluzione di “What’s Going On” (l’album epocale che ha riscritto le regole della soul music), e, “In the Groove” (nelle ristampe successive re-intitolato “I Heard It Through the Grapevine”), è un album di transizione che però segna la svolta di Marvin Gaye verso un suono più maturo e soul, fortemente ancorato all'enorme successo della sua (promossa) title track. Anche se, quando Gaye venne a conoscenza del suo ottimo risultato, reagì con freddezza a causa del suo stato depressivo; in seguito, disse a un biografo che riteneva che il successo della canzone fosse immeritato!
L'album vanta la produzione di Norman Whitfield, Ashford & Simpson e Frank Wilson e, allontanandosi dalla rigida formula Holland-Dozier-Holland, è caratterizzato, in gran parte, da un groove energico che lo proietta verso un suono e tematiche più mature, circostanza ben chiara all’ascolto dei tre singoli estratti dall’album, oltre alla title track, “You” e “Chained”. Sebbene “You” non abbia un ritornello distintivo come Grapevine, è comunque soggetta allo stesso trattamento: basso frenetico, archi tesi, clavicembali e flauti creano un effetto sinfonico vertiginoso. L'altro singolo, ripropone in gran parte lo stesso approccio, sebbene qui il possente arrangiamento di ottoni prevalga sul resto. Peraltro, è proprio la discontinuità tra questi brani – tra i quali rientra, in parte, anche “Loving You Is Sweeter Than Ever” più per il sound che per il testo - e quelli più vicini alla produzione precedente di Gaye (“Some Kind of Wonderful”, “Change What You Can”, “Every Now And Then” e “There Goes My Baby”) il vero limite dell’album, con il secondo lato in particolare che contiene molte cover soft che risultano antiquate al confronto con la nuova tendenza. Ed è innegabile che questi cambiamenti abbiano coinciso con molte trasformazioni generali nel sound complessivo della Black Music a cavallo tra ‘60 e ‘70: un'epoca magnifica prima che la svolta della Disco Music arrivasse e spazzasse via tutto.
Come album, In The Groove soffre, soprattutto, di incoerenza: ma, se i brani di vecchio stampo potranno anche sembrare fuori luogo accanto alle fulminanti novità, non c'è niente di sbagliato se i momenti migliori sono fantastici e quelli peggiori non riescono a sminuire i primi. Dopotutto, qui possiamo ascoltare un Marvin Gaye nuovo e migliorato, quindi qual è il problema se il vecchio non se n'è ancora andato del tutto?
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