Andiamo nel 94, oggi è il 12 settembre. Prendete un calciatore biondino, norvegese e talentuoso, certamente non tanto quanto Erling Haaland, e lasciatelo palleggiare. Tranquillo e solitario ai bordi di un campetto ostile del quartiere malfamato di Tveita, Oslo. Ogni tocco di palla con il collo del piede una lancetta di orologio. Utilizzate il vaporoso palleggio del talentino come una clessidra e iniziate a misurare i minuti con tutti quei sensibili tocchi. Mentre il tempo scorre, estraete il rarissimo vinile di Morgen dalla sua fantomatica cover e immergetevi nell'ascolto. Non fatevi ora distrarre dalla copertina, raffigurante l'urlo di Munch: il dipinto realizzato nel 1893 simboleggia solo la paura esistenziale e la disperazione dell'umanità moderna. E cosa volete che sia. Munch ne realizzò diverse versioni.

Morgen (1969) è un album unico e radicale, un esempio di heavy psych americano che combina energia garage con strutture acid rock complesse. La produzione volutamente grezza, con chitarre fuzz saturate è un mix che privilegia la distorsione e la presenza vocale abrasiva di Steve Morgen, che urla come se avesse divorato tomi di Artaud e rimosso Kant dalla sua esistenza. Le chitarre acide danno l'impressione di inseguirci in quale e chissà nostra fuga, come teloni di Klee animati da un furore elettrico, all'insegna di un garage rock scintillante ed ubriaco di versi di Rimbaud. Al risveglio al posto della pelle ci ritroviamo un Munch autentico stampato sul nostro bel faccione stralunato. E qui per esempio immergiamoci nel selvatico fuzz di Purple per scorgere future visioni, un presagio apollineo che potrebbe anticipare Spacemen 3 e quei fighetti dei cultori del noise giapponese. In quegli istanti irripetibili in cui come all'imbrunire l'acid rock smette di essere groovy e diventa minaccioso.

Torniamo nel 1994.

Torniamo nel campetto di calcio.

Torniamo al palleggiatore solitario. Pål Enger, centrocampista mancato e ladro riuscito: promessa del Vålrenga con un cameo europeo da pochi minuti, delle presenze nelle coppe europee. Un abbinamento insolito, il calcio e l'arte, almeno ai giorni nostri e presi a pallonate e tackle proibiti da spot assassini come Shave Like a Bomber. Pål Enger è un eroe romantico sbarcato da lontano su un'isola che lo ha accolto con diffidenza e carabine puntate. Di giorno promessa e talento della principale squadra di Oslo, a dribblare le difese avversarie. Di notte le pattuglie. Vocazione irrefrenabile al furto, ma galante e gentiluomo. Mai violento, mai spacciatore, ma con un gusto smodato per le Porsche, yacht e bond girls. Futurista e convinto di essere Beckham prima di Beckham. In campo segnava poco, ma fuori mise a segno il colpo più clamoroso: il 12 febbraio ’94, mentre la Norvegia guardava l’apertura delle Olimpiadi di Lillehammer, lui e un complice in 50 secondi portarono via L’Urlo dalla Galleria Nazionale, lasciando al suo posto un biglietto sarcastico: “Grazie per la scarsa sicurezza”. Un ladro che trasformò la cronaca nera in performance artistica.

Oh il pallone ha toccato terra, Pål si è distratto un attimo, torniamo da Morgen.

Il furto di Enger nella storia è sicuramente il più famoso. Ma hanno rubato L’Urlo di Munch così tante volte che ormai sembra quasi un rito iniziatico: ogni furto apre un nuovo capitolo di paranoia estetica, ogni recupero del quadro un ritorno dell’ossessione. Non stupisce che quell’immagine iconica finisca per incarnare la copertina di Welcome to the Void, come se l’album stesso fosse un furto sonoro, un rapimento dell’innocenza psichedelica. Steve Morgen si contorce come un attore espressionista intrappolato in un amplificatore, le chitarre gocciolano veleno, come se il Mantegna avesse deciso di dipingere con il rumore e Of Dreams galleggia come un fantasma barocco immerso in LSD liquido. Sì, Morgen a volte si perde in manierismi, e Love in effetti vaga come un film di Godard con la regia ammutinata, ma l’album cattura quell’istante di penombra in cui la psichedelia smette di essere un viaggio colorato.

E diventa un incubo lucido.

Morgen trasuda di improvvisazione, di ingenuità, di istinto carnale e poco ragionato, di alchimie che nascono da odori bizzarri. Quello che ha colpito di Enger è la purezza.

E' spossesso. Ricerca di ossessioni lontane e non sussurrate. E' Don't Shave Like a Bomber. Più che un ladro un collezionista di vuoti. E' il jingle che si incarta, è il noto presentatore televisivo che nel momento di presentare il suo ultimo libro in tv, si ricorda di averlo dimenticato a casa. Rubare un quadro non è possesso, nè tantomeno speculazione finanziaria. Vi è qualcosa di più profondo, vi è un legame occulto con chi spende 800 usd per possedere una delle prime copie originali di Morgen. E' desiderio di sottrarre l'opera al mondo, come se l’Arte avesse bisogno di ricordare che può sparire. Quando ha portato via Munch dalla Galleria Nazionale, non ha rubato pigmenti su tela: ha rubato echi rimbombanti di un urlo. Rimbombanti su pareti domestiche, nelle infinite aule degli atenei, nei corridoi lucidi degli ospedali, nelle sale auree del potere. Enger aveva chiuso il silenzio in una stanza e aveva ascoltato il vuoto gridare più forte di lui.

Il furto è un teatro segreto. Nessun pubblico, nessun applauso, solo il brivido di sapere che il mondo si accorge della mancanza. Si entra, si prende, si esce. E in quell’istante si diventa registi di una paura collettiva. Ironia vuole che il quadro torni sempre, come un fantasma che rifiuta di restare sepolto. Non è denaro, non è potere. È la vertigine di Pål Enger di trasformare l’arte in assenza, di far tremare il mondo con un gesto invisibile. Enger viveva di istanti rubati, di assenze collezionate. Non aveva musei, non deteneva gallerie: aveva solo il ricordo di aver fatto gridare il silenzio. E ditemi, non è forse questo il vero senso dell’arte? Creare un vuoto che tutti vogliono riempire.

Elenco tracce e video

01   Welcome to the Void (04:47)

02   Of Dreams (05:37)

03   Beggin' Your Pardon (Miss Joan) (04:49)

04   Eternity in Between (05:06)

05   Purple (04:11)

06   She's the Nitetime (03:30)

07   Love (10:54)

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Altre recensioni

Di  ranofornace

 "Questa è esperienza psichica della creazione che apre un ponte sulle nostre coscienze su cui passano indisturbati strani messaggi extra musicali."

 "Da notare la collocazione sonora degli strumenti, questi son ben individuabili e distanziati fra loro nella tonalità e nei volumi, per cui vi circola dentro, un vuoto essenziale, tipico delle band come i Cream."