Tra le macerie della no-wave non esistono soltanto gli scheletri di Contortions, DNA e Mars. Anche la Germania, notoriamente patria dell'elettronica, si è lasciata affascinare da questo movimento, ed ha avuto nei Palais Schaumburg i suoi fieri rappresentanti. Questi quattro tedeschi coniarono infatti un linguaggio molto simile a quello della scuola inglese e americana: una musica da ballo involuta, dove la dissonanza, il senso nevrotico del ritmo, e il cantato atonale erano i punti chiave. Non mancavano neppure i fiati disturbanti, elementi fondamentali per creare quel clima di voluta "confusione", e per accompagnare le linee tese di basso.
L'iniziale "Wir bauen eine neue Stadt" ricorda molto da vicino gli inglesi A Certain Ratio, con un basso dalla voce profonda e funky, ed una tromba simile ad un barrito d'elefante, presa pari pari da "To Each". Le percussioni si alternano alla batteria in maniera perfetta. Il canto monocorde strania il tutto, come da tradizione no-wave.
Ma già nella seconda traccia, "Die Freude", incontriamo un elemento nuovo: il piano. Per carità, sempre suonato in maniera strampalata, ma comunque portatore d'originalità, impegnato a delirare con stacchetti simili da music-hall per bambini, accompagnato dalle solite percussioni e dall'altrettanto immancabile sezione di fiati "deviata". Il baccanale che ne viene fuori è davvero di grande creatività, e in questo caso non ha nulla da invidiare alla scuola inglese, così come pure a quella americana.
L'arte dello stacchetto prosegue gigiona in "Gute Luft", tra false partenze e travolgenti incursioni di sax.
La marcettina di "Ahoi, nicht traurig sein", è un'altra parodia irresistibile. "Grunes Winkelkanu" è invece un'ansimante fanfara clownesca, che nella parte centrale si spezza in uno pseudo-jazz da salotto, per poi riprendere la sua corsa ancora più veloce, tra disturbi elettronici e improvvisazioni percussive.
L'ossessività gioca un ruolo importante in "Morgen wied der Wald gefegt", dove rullate imperterrite di colpi sordi dialogano con un basso poderoso e con schizzi sintetici non-sense.
Il tribalismo ritorna prepotente in "Deutschland kommt gebraunt zuruk", un brano quasi ipnotico nel suo estenuante ritmo da pellerossa impazziti.
Ecco che allora i Palais si concedono una meritata pausa "Hat Leben noch Sinn?" sembra quasi mite rispetto al pezzo precedente, ma niente paura: il basso ultra-metallico di "Eine Geschichte" irrompe prontamente a riportare il mal di testa, insieme al charleston cardiopatico della batteria e ai rumorismi di fondo non ben identificabili.
Storditi e affascinati si giunge alla conclusiva "Madonna": 5 minuti di pure improvvisazioni libere su un tappeto ritmico penetrante, un inferno strumentale che scarnifica anni di radicate convinzioni sulla melodia.
Sicuramente un disco non facile, che ha bisogno di ascolto e predispozione per essere recepito, come d'altra parte tutti i lavori no-wave, ma che una volta compreso, apre nuovi ed affascinanti orizzonti. Quel marpione di David Cunningham, produttore dell'album nel lontano 1981, non si sbagliò. I Palais Schaumburg infatti, debuttarono davvero alla grande, non ricevendo i dovuti riconoscimenti solo perché lontani dai luoghi "caldi" del movimento. Rappresentarono un elemento di rottura nella tradizione tedesca, una variabile impazzita che oggi si deve riscoprire in tutto il suo valore.