Parliamo oggi di una band romana, una vera stella cometa del panorama italiano. Una band dalle atmosfere sinfoniche, folk, ora delicate e ora muscolari, ora oniriche ora crude, che nel 1972, con un album eponimo, attingeva a piene mani dall’opera di band estere come i Jethro Tull dimostrando di avere appreso perfettamente la lezione di Anderson e soci e al contempo riempiendola e ampliandola, portandola a livelli altissimi; il sound progressive forgiato oltremanica veniva proprio in questi anni adattato alla personalità di varie band italiane e sono convinto del fatto che i Quella Vecchia Locanda siano una punta di diamante del movimento tricolore.
Una copertine medievaleggiante e caratteri gotici: un viaggiatore, colorato con toni bizzarri e tratti infantili, sembra star attraversando un passaggio che dal mondo terreno conduce a una dimensione di fantasia, come un sogno. Ma al di là delle interpretazioni più profonde, ciò che primariamente viene trasmesso dalla copertina è quella sensazione “antica” e popolare, ma al contempo inquieta e non spensierata.
Violino e piano dialogano in un riff d’ispirazione barocca che proprio quando sembra stare per esaurirsi lascia il posto a variazioni di altissimo livello che donano immediatamente un senso onirico, portandoti presso qualche borgo di campagna immerso in una pace turbata da un senso di disagio e inquietudine, per quanto il termine “sinistro” sarebbe esagerato per un brano di questo tipo.
Amo il mondo ma lui odia me
il suo rifiuto vuol dir morte per me
Il testo di Prologo è forte e spietato, creando un estraniante dualismo con la voce pulita (ma, si avverte già dai primi versi, turbata da una punta d’angoscia).
Un vecchio rudere è casa mia
più freddo e lugubre della vita mia
L’uso di immagini quali il vecchio rudere contribuiscono a portare l’ascoltatore in un mondo appartenente al passato, campagnolo. Il protagonista vive una vita misera e in maniera del tutto esplicita si augura la morte. Il brano allora assume un tono ancora mesto ma - direi - rassegnato, per passare in maniera repentina a un sound e a un testo più combattivo e vivo, che non perde l’atmosfera costruita nei minuti precedenti ma che aggiunge una qualche speranza.
Luce, ti sto cercando…
vita, ti sto inseguendo…
La prima traccia quindi mette già ben il luce la dichiarazione d’intenti della band, sia al livello di sound che di concept album. Come si reagisce quando la prima traccia è già di altissimo livello? Quando si è a un ottavo del disco e già si è colmati dallo spirito dell’opera, che non è di facile o superficiale assimilazione ma che al contempo tocca corde così difficili da raggiungere, cosa si fa? Non si può che continuare l’ascolto, con un altro pezzo da 90 del disco: Un Villaggio, Un’Illusione. Ancora una volta, il villaggio, l’immaginario preso dal passato, conferiscono un tono molto suggestivo ed evocativo. La canzone viene aperta in maniera magistrale con intrecci e piccole variazioni su un tema - ancora - di ispirazione classica, che sfociano presto un un riff di flauto schizofrenico e quasi sguaiato, con una sezione ritmica semplicemente perfetta. Il testo parla di speranze infrante, della condizione di andare verso una meta che non si raggiunge mai. Tale concetto sembra rifarsi in parte al racconto kafkiano Un messaggio dell’imperatore, pregno di temi quali alienazione e inutilità degli sforzi, diretti in fondo solo a fallaci obiettivi.
Atroce è il mio destino:
deve restarmi qualcuno vicino
Ancora una volta una voce pulita ma carica di tensione canta versi ben composti e questa parte di cantato è semplicemente perfetta, per costruzione, arrangiamenti e produzione. Romualdo Coletta, sugli scudi, con il suo basso caldo e pastoso si fa strada nel silenzio e a lui si accodano gli altri musicisti: Coletta tesse una base solida e melodica mentre gli altri strumenti, flauto in primis, danno vita a uno dei momenti più belli del disco. Una melodia solenne, che sembra guardare con aria angosciata ma al contempo indomita - a tratti sembra chiedere aiuto, è sempre inquieta, spaventata e preoccupata - la realtà, così atroce e insicura.
La paura è in me
son vicino ma
alla casa là
non arrivo mai
per far ciò darei
la mia vita
da una porta che
è spuntata là
presto è dentro me
piombo fuso ormai
sulla carne calda
scorre il sangue giù
l’erba verde, alta
rosso fuoco è
Quando sembra che la melodia stia per interrompersi vengono aggiunte altre parole, in una sezione solenne, epica, che nella sua magniloquente epicità rischia quasi di distrarre dall’intento primario della canzone. Sinfonicità portata ai massimi livelli, gusto progressive portato ai massimi livelli, epicità ai massimi livelli: bellissima questa parte. Con immensa abilità si intrecciano poi i temi precedentemente presentati. E sono solo quattro minuti, e siamo solo alla seconda traccia. Realtà si apre in maniera delicata e mesta, il protagonista canta versi malinconici e si uniscono le voci. Un basso sempre impeccabile sorregge orchestrazioni di alto calibro, lasciando spazio a un piano che arricchisce la strofa.
Per terra un agnello colpito come me
dall’umanità crudele, da zucchero di fiele
non si accorgon di chi soffre e l’invidia è il loro miele
questa realtà… chi la capirà?
È senza dubbio uno dei momenti più tristi del disco ed è presente una melodia ancora una volta non priva di una certa epicità, che lascia il posto a un “riff” di flauto sostenuto dagli archi originale e bellissimo; più voci poi si intrecciano su una delicata base melodica. Questo è un brano di non facile assimilazione, richiede di essere ascoltato e riascoltato, bisogna apprezzare - come del resto un po’ in tutto il disco - i dettagli, le sfaccettature dell’atmosfera, che sprigioneranno tutto lo spirito di un’opera di una portata incredibile. Questo brano, così triste, può portare alle lacrime.
Il brano continua con l’intro psichedelico di Immagini Sfocate, che prosegue con un’atmosfera confusa e nebulosa nella quale si distingue un riff, una melodia che arriva a ripulirsi da ogni contaminazione estranea allo stile made in Quella Vecchia Locanda. La canzone si sviluppa in toni rockeggianti e un po’ più spensierati. Avere inserito questo brano, relativamente breve, che non si discosta dal resto del disco quanto a temi trattati, rende l’ascolto non monotono e al contempo non rende la tracklist mal assemblata, poiché il tutto prosegue in maniera perfettamente armonica con il riff sinfonico - capolavoro - di Il Cieco.
Sono un uomo che ha bisogno
di qualcuno accanto a sé
Si confronti con testi delle canzoni precedenti: nella solitudine il protagonista individua una parte fondamentale della propria inquietudine. Quante volte, capita a tutti, che le persone accanto a noi ci aiutino a risolvere i propri problemi o quantomeno a distrarci da essi? Parlo per me: tante volte, tantissime. La linearità con cui in questa parte la band esprime questi concetti è perfetta. Il brano prosegue con intrecci strumentali sognanti ma non eccessivamente eterei. Si torna quindi a un muscolare riff accompagnato da un flauto schizofrenico che lascia poi posto alla voce. La lezione dei Jethro Tull qua è fortissima, impressa nello stile della band romana. In maniera naturale il brano si spegne lasciando spazio a Dialogo, con un altro basso portante di alto livello che sorregge una melodia ritmata. Il proseguimento del brano mostra forse uno dei momenti più deboli del disco, con un riff ripetuto sul quale vengono ricamati intrecci melodici sì di pregevole fattura ma non di grande presa. Il brano però torna in carreggiata con la parte cantata, riprendendosi bene nel finale.
Siamo quasi alla fine del disco, con Verso La Locanda e il suo inizio delicato ma - tanto per cambiare - irrequieto e tutt’altro che sereno. Un passaggio a un sound pesante e muscolare che dialoga con momenti che si conservano delicati e d’ispirazione classica sfocia nell’unione dei due stili un un riuscitissimo momento di forte ispirazione classica con un basso pastoso che condisce gli strumenti. Un altro repentino cambio: il brano è imprevedibile e con i successivi minuti non lascia spazio a fraintendimenti, il disco è tornato a livelli altissimi dopo un momentaneo calo. Il testo sembra suggerire una speranza perché ormai si vede la locanda. Forse sarebbe opportuno interrogarsi circa il significato simbolico della locanda come meta finale, come risoluzioni dei turbamenti del protagonista. Probabilmente l’intento della band è di creare un’atmosfera in cui ciascuno, con le sue difficoltà, possa riconoscersi, per cui il significato simbolico è volutamente molto generale e indefinito.
Ultima traccia: Sogno, Risveglio E… ti prende per mano con gli strumenti classici portandoti in qualche fiaba, in qualche bosco. Un brano semplicemente perfetto. Malinconico minimale e scarno ma con un’atmosfera estremamente intensa. Viene anche ripreso il tema iniziale del disco, mozzafiato: ci si sorprende a provare lo stesso sentimento percepito nel tornare - alla fine di una vacanza - nell’aeroporto in cui si è atterrati all’inizio. Come se fosse un viaggio finito, ci si ritrova ad avvertire una certa malinconia e come un senso di affetto - misto a enorme rispetto - per quest’opera che durante l’ascolto ci ha accompagnati.
Tetto crolla, pareti vengon giù
È il teatro del mondo
Cielo in testa, non batter di più
Molecola sono, pietà…
In tutta sincerità, non mi azzardo a cercare di dare interpretazioni che vadano oltre il supporre che questi ultimi versi siano una presa di coscienza del proprio essere insignificanti. Il protagonista si abbandona dolcemente alla propria piccolezza. E si chiude così un scrigno, un’opera magistrale, perfetta, sfaccettata, variopinta, ricca e, in una parola: bella.
Un disco che rimane scolpito, dopo l’ascolto del quale, beh, si sente che si è aggiunto qualcosa alla propria personalità. Un pezzo di cultura sì, ma anche un arricchimento come pensiero, come emozioni. Un disco che darà voce ai vostri sentimenti quando in un pomeriggio grigio, in preda ad ansie e insicurezze, vi ritroverete a passeggiare da soli sul muto asfalto, un disco che vi terrà compagnia quando dovrete riempire un tempo di solitudine e, perché no?, un disco che con le sue venatura classicheggianti potrebbe anche essere utile citare per apparire colti e intellettuali. Gli elogi potrebbero continuare per un disco così profondo, sentito, perfettamente suonato, ma sarebbero in fondo ridondanti. Se solo, dagli anni ‘70, oggi in Italia e nel mondo ci ricordassimo di band come questa…
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Altre recensioni
Di Cristo
Sono tutti dei capolavori!
Una pietra miliare del progressive italiano, dove non si trovano né pezzi trainanti né pezzi deboli.
Di Defender1
Un crescendo di melodie che lasciano di tanto in tanto spazio ad una voce manieristica ma gradevole, sorretta da un magnifico tappeto sonoro impreziosito da un flauto e da un violino mai fuori posto.
Resta il rammarico che opere come questa sono state quasi completamente ignorate da un pubblico inspiegabilmente sordo.
Di pagehammilhowe
L'album del sestetto romano mette in risalto le abilità di ogni singolo componente.
A mio avviso il miglior brano dell'album 'Dialogo', un autentico incrocio di synth che sfocia in una sezione centrale che richiama molto i colleghi inglesi King Crimson.