Dopo la sbornia dei sixties in Inghilterra non fu molto facile trovare qualcosa di veramente nuovo e potente da ascoltare. Il vuoto lasciato dai baronetti ha lanciato la terribile sfida di trovare in terra d’ Albione qualcuno che potesse replicare il successo commerciale immenso dei quattro ma anche la loro capacità di modificatori sociali. Ci hanno provato con Elton John, ma era comunque innocuo come una vecchia zia. Ci hanno provato con Bowie, ma le nonnette inglesi non lo avrebbero amato come i Fab four visto che si truccava più delle nipotine. Di certo le carriere degli ex Beatles, che probabilmente i discografici immaginavano con un volume di vendita moltiplicato per quattro non hanno colmato il vuoto. I Kinks e gli Who si erano buttati su innocue opere rock e le classifiche celebravano il successo di hard rock e glam.

In quasto periodo proliferava, però, un forte underground, composto da gruppi quali Traffic, Family, Jethro Tull, che cercavano di proporre una forma adulta di rock mescolando diversi linguaggi musicali: dalle obbligatorie radici nel folk e vaudeville inglesi fino ai suoni americani di blues e country. Il migliore, e più influente, tra questi gruppi “ calderone” , sono stati sicuramente i Roxy Music che raccoglievano, in una sola formazione, le caratteristiche migliori di tanti gruppi coevi. Prima di tutto un grande frontman, Brian Ferry. Poi, in ordine, un chitarrista versatile e obliquo come Manzanera, un fiatista non banale come Andy MacKay, ma soprattutto un folletto trans come Brian Eno. Il suo compito era quello di suonare semplici linee di Synth e di trattare gli strumenti con la sua grande maestria nelle manipolazioni elettroniche.

Il tocco alieno nei primi due albums è sicuramente da accreditare a Eno, fra l’ altro attivo come sperimentatore almeno da un decennio prima della venuta dei Roxy. Il miracolo è comunque avvenuto anche grazie alle grandi capacità di autore di Ferry che, successivamente all’ allontanamento di Eno, dopo i primi due album si è dedicato ad un pop molto più commerciale portando i suoi Roxy ad anticipare addirittura alcuni guitti frettolosamente etichettati come “new romantic” . Ma nei primi due album il gioco regge perfettamente. Come dicevo, i Roxy prendono da altri gruppi alcune caratteristiche mescolandole con sapienza e ironia. Il primo album omonimo attacca con "Remake/Remodel" che è una sorta di avant-pop supersonico con stacchi assurdi che prendono in giro tanto art-rock dell’ epoca. In "Ladytron", su un letto di sibili elettronici, emerge il crooning alieno di Bryan Ferry e in "Virginia Plain" (forse la sintesi perfetta della loro arte) è presente un sax che ribalta tutti i clichè dei fiati rock al servizio di una canzone che possiede la schizofrenia di un brano dei Van der graaf e la patina glam del miglior Bowie. Il disco successivo, "For Your Pleasure" (con Amanda Lear in copertina!) è probabilmente più centrato rispetto all’ esordio ma i loro migliori risultati di scrittura sono tutti nel primo grande disco.

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