Il cantante è Corey Taylor, ma gli Stone Sour non sono gli Slipknot.
Il genere non può che essere Nu-Metal, ma c’è dell’altro: un retroscena melodico non indifferente. Infatti, le tempeste strumentali alternano miraggi di apparente calma e le sfuriate vocali lasciano spazio alla riflessione. Si creano così degli ottimi contrasti, che, meglio di ogni altro aspetto, si apprezzano durante lo sviluppo di questa singolare opera.
Gli urli rabbiosi e cruenti introducono generalmente ogni canzone e li si avvertono soprattutto in “Get Inside”, il pezzo più massiccio dell’album. Sullo stesso sentiero corrono, un po’ più moderate, ma sempre feroci, “Orchids”, “Cold Reader”, “Blotter” e “Choose”. I toni si smorzano ulteriormente in “Monolith”, che si manifesta in una sorta di sanguinoso anatema, e in “Inhale”, un flashback nel passato burrascoso del singer.
L’apice artistico lo si raggiunge con “Bother”, che la si distingue in quanto digressione dal sound heavy; qui la voce si esprime pulita, calda e appassionata, mostrandoci il Taylor che non conoscevamo. Dopo la pausa “romantica” si ritorna brutalmente immersi nella consueta musica fredda e violenta, concludendo con la cavalcata infernale di “Tumult”.
“You can survive or you can die, either way you lose”
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