I Ramones salvarono il rock’n’roll e andarono avanti per vent’anni come un manipolo in missione per difendere la trincea in prima linea.
Poi mi toccò aspettare altri vent’anni un’improbabile biondina per tornare a vedere la luce e capire che la salvezza del rock’n’roll e degli annessi e connessi è tutta nell’entusiasmo e nell’incoscienza adolescenziali di qualche indomita ragazzina.
Oggi tocca a due giovanissime sorelle scozzesi, Eva e Grace Tedeschi, chitarra e batteria, si fanno chiamare Cords e in poco più di un anno hanno pubblicato tre singoletti – uno a tema natalizio – e un paio di mesi fa il primo album omonimo; nel mezzo tanti concerti a supporto di nuove bande di oscurissimo culto come Chime School e Umbrellas ma anche di riconosciute istituzioni come Belle And Sebastian e BMX Bandits.
L’estetica è quella della Sarah Records e anche di più quella del versante pop della K, l’etica è ramonesiana al mille per cento: tre accordi al massimo, appena tre canzoni su tredici oltre il muro dei tre minuti, sempre fedeli allo schema intro-strofa-ritornello-strofa-ritornello-outro, di assoli nemmeno a parlarne, un diluvio di “ba ba ba ba ba” e “uh uh uh”: perché questo è il grande anno dell’indie pop, le Horsegirl hanno acceso la lunghissima miccia a febbraio, le Cords hanno fatto saltare tutto in aria a settembre.
Otto secondi e un riff di chitarra tanto semplice quanto memorabile, l’attacco adrenalinico di “Fabulist” è bastato alle Cords per conquistarmi con un album che alla fine si rivela luminoso come solo il cielo in certe giornate dicembrine spazzate dal vento e caloroso come un ciocco che arde nel camino.
Tredici canzoni che alla fine potrebbero essere una, irripetibili perché meglio di così sarà impossibile fare; e allora Eva a Grace non disdegnano percettibili deviazioni utili a disegnare un plausibile scenario futuro – “Yes It’s True” un energico shoegaze, “When You Say Goodbye” una bellissima ballata elettrica da due ragazzine piene di grazia, capaci di sedere su una panchina al termine di una corsa a perdifiato senza perdere niente del proprio fascino; tutto il resto, un godibilissimo e altrettanto riuscito rifacimento di quanto regalato tanti anni fa da bande tutte al femminile come Talulah Gosh e Tiger Trap.
Di gran lunga la cosa più bella sentita quest’anno, una di quelle che continuerà a risuonare ancora a lungo con entusiasmo e passione inscalfibili.
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