Storia breve e sfuggente quella degli USA, flebile stella cadente che solcò gli affollati cieli della psichedelia di fine '60, sovrastata per luminosità da ben più agguerrite comprimarie, ma che lasciò una persistente scia, incredibilmente seguita a decenni di distanza dai più svariati artisti. Unico lascito dei nostri è rappresentato da questo omonimo Lp datato 1968, dopo la pubblicazione del quale la band si sciolse quasi subito per insanabili dissidi interni.

Caratteristica peculiare degli USA, progetto musicale facente capo a Joseph Byrd, allievo di John Cage nella New York di inizio '60, è la totale estraneità di ognuno dei membri verso la materia rock. Dorothy Moskowitz (cantante e compagna di Byrd) era anch'essa nel mondo della musica d'avanguardia, il batterista era specializzato in percussioni africane, il bassista e il violinista virtuosi di "modern-music". Con tali premesse sembra un miracolo che questi tizi siano riusciti a comporre e assemblare un lavoro al contempo così visionario e fruibile, rielaborando le basi strutturali del rock non dal di dentro (come può aver fatto un Beefheart ) ma bensì da un punto di vista esterno, trascendente, non risparmiando inoltre liriche a dir poco velenose verso la società americana del tempo. Scelta questa (come quella sarcastica del nome) che non li aiutò nei rapporti con la casa discografica, né tantomeno in termini di vendibilità.

Strutturato come un concept, con le tracce che confluiscono l'una nell'altra, l'album colpisce e frastorna fin dall'incipit di "American Metaphysical Circus": l'intro alla Sgt Pepper, con tanto di banda paesana, sembra presagire placide atmosfere bucoliche. Ci pensa la voce deformata di Dorothy e il sibilo gorgogliante del ring modulator di Byrd a cambiare le coordinate umorali del disco, e, quando veniamo a sapere che "nella stanza accanto stanno torturando un canarino", capiamo perché il prezzo da pagare per proseguire l'ascolto "è la nostra mente".
Se l'inizio è più vicino alle avanguardie musicali frequentati dai nostri, altri episodi rientrano maggiormente nello spettro rock: il quasi garage di "Hard Coming Love", che alterna un cantato melodico ad esplosioni di strumenti analogici non identificati, la sublime "The Garden Of Earthly Delights", introdotta dall'organo e dal solito ring modulator (assoluto protagonista dell'album e latore di stati alterati di coscienza), condotta da una contorta linea di basso e dalla voce "Slickiana" della Moskowitz, il blues circense e ferocemente sarcastico di "I Won't Leave My Wooden Wife For You, Sugar", il ritmo sincopato di "Coming Down" e il palese tributo a Eleanor Rigby di "Stranded In Time".

L'altra faccia della medaglia consta di brani minimali, soavi e onirici fra cui spicca una "Where Is Yesterday", aperta da un chiesastico Agnus Dei, e "Love Song For The Dead Che" dichiarazione di intenti (politici) che si spiega da sé. La verve vaudevilliana dell'opening viene riproposta nella finale "The American Way Of Love", sei minuti e rotti in cui vengono centrifugate tutte le sfaccettature dell'album: riverberi che incendiano marcette di ottoni, doo-wop che si trasformano in avveniristici cut-up dei vari brani del disco, per concludersi con Byrd che ironicamente ripete "How much fun it's been!".

Chiosa finale che ripropone la natura critica dell'opera, opera che fa gruppo a sé stante nel variegato ambito psichedelico del tempo, e che va conservata come preziosa reliqua per le future generazioni.

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