I This Heat corrispondono al puro dadaismo pittorico. Tre studiosi della musica, Charles Hayward (percussioni, tastiere e voce, attivo già nel 1975 nei Quiet Sun di “Mainstream”), Charles Bullen (chitarra e viola) e Gareth Williams (tastiere, basso, chitarra) nella fine degli anni Settanta creano una band mescolando varie forme sonore. Riescono a mettere dentro free jazz, avanguardia e futuro. Uso quest’ultimo termine perché i loro due album, bensì aprissero e chiudessero frettolosamente il capitolo This Heat, d’altro canto spalancano l’immenso portone del post rock/noise/industrial.

Il loro esordio giunge nel 1979, quando il progressive è già tramontato da un pezzo e una nuova concezione artistica e sociale sta venendo fuori. Il post punk è appena spuntato con il suo scopo di salvare la nuova generazione dal tedio e dallo sconforto della disco funky. Oltre la visione classica degli anni Ottanta “tutto luci e colori”, c’è anche un mucchio di gente che propone eccezionali produzioni seguendo la Bibbia di Brian Eno, vero guru e faro per i giovani artistoidi. Snobbando il punk “quattro accordi e caciara”, si viene a contatto con geni del calibro dei Tuxedomoon, Ultravox, Pop Group e Cabaret Voltaire.

I This Heat sono una stralunata realtà a sé. “Horizontal Hold” è il manifesto che si guadagna la medaglia d’oro: qua dentro c’è tutto. Tempi dispari, loop, overdub e orgia jazz. Non c’è una struttura lineare con pochi cambi di tempo. Bensì, la band gode nel torturare la forma standard, cercando il più possibile di prolungare la free jam deleteria. Con questo brano non riusciamo ad immaginare il proseguo dell’album.

Veniamo ad imbatterci titubanti nella voce di Hayward. Niente di più spettrale. All’ascolto di “No Waving” compaiono subito i fantasmi del Wyatt filosofico alienato di “Rock Bottom” e dell’Hammill più stregato. Un lied sintetico, primitivo, dove non si giunge ad un tramonto, ma si rimane eternamente sospesi. Immersione nel vuoto che viene spaccata dal drumming rituale di “Twilight Furniture”, archetipo della loro ballata anemica. Le poche note di chitarra schioccano come campane spettrali nel mezzo della profetica nenia di Haywarth. Sono come degli alieni che si apprestano a indirizzare il loro messaggio. Irripetibile.

Sorprendente come un blackout è l’arrivo di “24 Track Loop”. Questo titolo aromatizzato di futura glitch Autechriana, riesce ad anticipare di quindici anni le glorie della stagione pseudo rave intellettualoide. Il risultato viene raggiunto grazie ad un loop androide e ai vari giochi di manipolazione sonora. La tremenda fabbrica elettronica viene alimentata dai fumi tossici di “Diet Of Worms” e “Music Like Escaping Gas”.

Dopo l’interstellare drone music di “Rainforest” (spero l’abbiano sentita i Black Dice), si fa largo il martirio triviale di “The Fall Of Saigon”, marcia pseudo orientale dove si denuncia progresso, media e politica. Non si può rimanere indifferenti dinanzi al tono arcigno recitante “We ate the tv, we ate the armchair, we ate the telephone, we ate the cellophane”. Sta di fatto che cinismo ed estro vengono conservati sapientemente per lo shockante lavoro successivo, “Deceit”, datato 1981. Qui ci deliziano con saggi maggiormente cantati e con l’eliminazione di qualche traccia prolissa. I nuovi manifesti sono la tribal-psych di “Sleep”, l’anarchia zulu di “Shrink Wrap”, “A New Kind Of Water” (in pratica, il pezzo che non hanno concepito i Joy Division di “Closer”) e la colossale “Makeshift Swahili”. E ancora non si spegne l’incendio.

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