[genere: AOR, West Coast]
Sono sempre stato attratto dai musicisti che definirei “one record men”, cioè artisti che hanno fatto un solo disco e poi sono scomparsi nel nulla. Mi attraggono, soprattutto quando (è il nostro caso) il loro “one record” è a dir poco strabiliante.
In questi frangenti nascono molte domande, la principale delle quali è: “Ma perché ha smesso?” Domanda destinata a rimanere senza risposta, purtroppo.
Dane Donohue, chi era costui? Questo è quello che mi chiesi la prima volta che ascoltai il suo disco omonimo del 1978. Dieci canzoni perfette, in cui compaiono i migliori nomi della scena West Coast del tempo e non solo: Don Henley, Stevie Nicks, Bill Champlin ai cori, Larry Carlton, Jay Graydon, Steve Lukather alle chitarre, Ernie Watts al sax, Victor Feldman al vibrafono e molti altri. Oltre ad essere un cantante di formidabile timbro e spessore, Dane Donohue è anche un raffinato compositore di melodie pop classiche e mai scontate: “Where Will You Go”, “Whatever Happened” o “Congratulations” ne sono gli esempi piú fulgidi. Ad impreziosire un canzoniere già di per sé bellissimo si aggiunge la generosa produzione di Terence Boylan, tutta volta a sottolineare lo sforzo comune dei musicisti verso il raggiungimento della perfezione.
Raffinato e scaltro, questo è un disco in cui tutte le canzoni sono una felice e riuscita mescolanza di melodia e battiti, di cori soffusi e impennate rock: per capirlo, ascoltatevi l’iniziale “Casablanca”, i suoi background vocals e la sua lunga coda strumentale, dove a un incalzante assolo di vibrafono ne segue uno di chitarra elettrica ancora piú scatenato. La prima canzone è finita. Siamo sbalorditi, confusi e felici.
Non è che l’inizio.