Ormai sono state scritte talmente tante cose di questo disco che è difficile trovare un argomento da l quale partire. Se cercate una recensione tecnica, di quelle che, per intenderci, hanno la pretesa di farvi capire a parole come suona la chitarra di Stone Gossard in interplay con quella di Mike McCready, il sito ne è già pieno. Vorrei far luce su alcuni aspetti molto semplici. Così semplici che forse nessuno li nota, e che si ritengono secondari, quando sarebbero, a mio avviso, essenziali per capire il disco.
In primo luogo, i Pearl Jam da 'No Code' in poi hanno scelto una strada, certamente difficile, del rock di maniera. Un limbo che difficlmente metterà d'accordo i fanatici del rock classico e quelli del pop rock. Un genere, quello dei Pearl Jam, nato e maturato per essere suonato da loro, e loro soltanto. Hanno seguito con coerenza e realismo la scelta che hanno fatto, e il disco, infatti, non si discosta, come sonorità, da 'Riot Act'. Chitarre in overdrive, basso onnipresente e tocchi di organo. Questi semplici elementi si intrecciano tra loro e seguono ogni canzone, con dinamiche molto curate, ciascuna diversa a seconda dell'idea che il pezzo vuole lasciarci. In secondo luogo, a proposito di quest'ultima osservazione, faccio notare come i Pearl Jam siano un gruppo che usa la musica come strumento di comunicazione. Di un'idea, di un'emozione. Una peculiarità, questa, difficile da trovare in un ambiente che diventa sempre più schiavo della tecnica e della preparazione dei musicisti, che potremmo definire come professionisti della musica. Chi vuole coglierne la differenza capirà dunque questa seconda osservazione.
In virtù di quanto detto, chi di voi comprerà il disco cercando meraviglie rimarrà probabilmente deluso. Chi non rimarrà deluso sarà invece chi avrà la pazienza di ascoltare il messaggio che è celato, pur sottilmente, nei pezzi. Come una persona paziente che ascolta un discorso o legge un libro, piuttosto che guardare uno spettacolo scintillante. Terzo punto, l'evoluzione. Non mi sembra ragionevole aspettarsi da qualcuno le stesse cose che faceva nel passato. Una persona cambia, matura le proprie idee e noi ne assaporiamo il frutto, che è comunque una conseguenza degli eventi. Da 'No Code' lo stile dei Pearl Jam è maturato sempre di più, stabilizzandosi sui propri suoni semplici ma raffinati, sulla voce di Vedder, che, è vero, è meno elastica, ma ha acquisito espressività. In conclusione, chi vuole i Pearl Jam di 'Vitalogy' o 'Ten' non dovrà fare altro che tirare fuore quei dischi e ascoltarli. Non si può avere la presunzione di immaginare cosa un artista potrà darci e, peccato mortale, rimanere delusi se vengono disattese le aspettative.
Penso sia importante porsi con apertura a quanto un gruppo solido come i Pearl Jam possa dirci. E, a giudicare dal disco, c'è ancora qualcosa da ascoltare.
"'Life Wasted', primo pezzo e primo proiettile... un assolo finale super psichedelico di Mike McCready."
"Come back... si, sono tornati alla grande... senza dubbio."
L’omonimo album dei Pearl Jam è un ritorno che non lascia il segno.
Questi Pearl Jam sono innocui, non ci regalano nessun pezzo memorabile, ma piuttosto una ricercata aurea mediocritas.
Spero continuino a fare grande musica con semplicità. Come sempre.
Questa canzone fa sognare ad occhi aperti. Voi chiudeteli comunque... ed ascoltate.
La chitarra taglia a fette la banalità con giri killer e svirgolate rumorose.
Eddie Vedder e la sua voce strozzata e calda, avvolgente e frastornante continua a segnare le generazioni.
È la loro passione che contagia, che li rende uno dei migliori gruppi in attività.
Passione che in questa ultima uscita non emoziona mai, ma che ci garantirà una gran bella sudata nelle esibizioni live a settembre in Italia.