Copertina di Alan Vega Alan Vega
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Per appassionati di musica alternativa, post-punk e rock sperimentale; fan di alan vega e suicide; ascoltatori curiosi di sound innovativi anni '80.
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LA RECENSIONE

I Suicide non furono una band, anche se il loro nome, per un combo, è senza dubbio uno dei migliori possibili, incisivo, oltraggioso, facile e "commercializzabile"... Ma i Suicide non furono una band, ed Alan Vega e Martin Rev nulla mai fecero per crearne una attorno a quel nome. E quando le loro strade si separarono, non fu un vero scioglimento: fu più che altro la conseguenza naturale, inevitabile, di bisogni irrimandabili che entrambi avvertirono. Prendere, cioè, ciascuno il proprio cammino, approfondire la propria ricerca, inoltrarsi ciascuno nel proprio percorso artistico e culturale. E così, mentre Rev esordiva con un disco strumentale tutto tastiere e minimalismo, Alan Vega sapeva di avere un conto in sospeso: quello col suo background musicale, con le sue ossessioni sonore, ovvero le sue radici rockabilly.

Chi apprezzava i Suicide perché Vega era sanguigno ed infuocato mentre Rev restava immobile e glaciale, sottovalutava però senz'altro le capacità minimale del vocalist, un rocker, un blues man, un crooner sui generis, forse soltanto uno che altro non fece se non scimmiottare continuamente quei generi ed i loro interpreti, se non addirittura insultarli. Fatto sta che Vega esordisce nel 1980 con un disco omonimo, principalmente rockabilly, ma anche blues, ovviamente eseguito a modo suo, con metriche cortissime, urletti urla ed ululati vari, simbolo della sua "attitudine al suicidio", che esasperano lo stile, lo esagerano, lo insultano appunto, e, overdosandolo, lo massacrano.

L'accompagnamento è chitarristico e tradizionale, ma le chitarre sono fredde, metalliche, il volume delle ritmiche bassissimo. Emblematica "Jukebox Baby", tra schiocchi delle dita, una chitarra che ripete lo stesso riff in eterno, un'armonica straniata... Un pezzo di rockabilly deforme, un manifesto per Vega ed un brano che passerà alla storia. Più cadenzata ma dello stesso genere "Fireball", più vuota di musica (praticamente quasi solo basso). Vega ritorna sulle corde di Jim Morrison su quella specie di ritornello. Addirittura un solo di chitarra, scheletrico ovviamente. Alcuni brani della storia dei Suicide e del frontman, senza dubbio non li si sarebbe potuti eseguire meglio, ma altri brani, come questa "Fireball"... mi sarebbe piaciuto ascoltarli da una band vera, e che suonasse fortissimo!

Il capolavoro del disco è "Kung Fu Cowboy" con i suoi "uh oh oooh", una filastrocca blues. Bellissimi arpeggi di chitarre pulp spogliate dei loro echi. "Love Cry" è suicidio puro, ed in tutta onestà  alle poche notarelle di blues guitar avrei preferito il sintetico cuore di Martin Rev, ma non è più tempo per queste cose. Ciò non toglie che il brano, così per com'è, e cioè oscuro ed incessantemente lagnoso, con quel suo pianoforte echeggiante, sia ben riuscito. "Speedway" è una canzone da rodeo, con tanto di applausi da quadriglia. New wave invece nella dolcissima "Ice Drummer" con quegli arpeggi ariosi. Ed anche Alan si fa dolce dolce, mentre l'armonica a bocca suona come una chitarra distorta, ed emette note di luce.

"Bye Bye Bayou" è l'episodio più spericolato e meno melodico: su una ritmica ardita ed un drumming martellante, Vega si scatena. La finale "Lonely" è una ballad tradizionale di chitarre slide e di compiaciuta malinconia americana.

Spesso è come se avessi la sensazione che il disco fosse stato suonato male, che ci sia qualcosa di fuori tempo, e non per licenza dell'artista. E spesso è ben più che una sensazione... Anche Vega mi sembra un po' impreparatello nell'interpretare alcuni passaggi, ma d'altronde ritornare al vecchio amore per il rockabilly significa rischiare di trovarsi alle prese con una maggior quantità di melodie rispetto al solito. Ciononostante il debutto si può considerare più che positivo, discretamente ispirato ed ancora una volta più che fresco alle orecchie del teenager USA. Ma gli episodi migliori non tarderanno ad arrivare...

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Riassunto del Bot

Il disco solista di Alan Vega, del 1980, segna una svolta rispetto al duo Suicide, proponendo un rockabilly esagerato e deformato con influssi blues e new wave. L’album mostra un lato più sanguigno e personale di Vega, con canzoni come "Jukebox Baby" e "Kung Fu Cowboy" come punti di forza. Pur con qualche imperfezione nell'interpretazione e nella produzione, l’opera si rivela ispirata e originale, destinata a lasciare il segno.

Tracce video

01   Jukebox Babe (04:48)

02   Fireball (03:54)

03   Kung Foo Cowboy (03:26)

04   Love Cry (04:43)

05   Speedway (02:33)

06   Ice Drummer (04:22)

07   Bye Bye Bayou (08:36)

08   Lonely (02:41)

Alan Vega

Cantante e artista visivo statunitense, nato nel 1938 e scomparso nel 2016, co-fondatore dei Suicide con Martin Rev. In solo ha fuso rockabilly e elettronica, passando da ibridi pop-scabri a sperimentazioni rumoriste. Ha collaborato, tra gli altri, con Ric Ocasek, Alex Chilton, Ben Vaughn e Pan Sonic.
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