Jackie Perez Gratz non è una donna che definirei bellissima, eppure seduta lì, alla destra del palco, intenta a far scivolare l'arco sul suo violoncello elettrico bianco, emana un fascino e una sensualità inebrianti. Sarà la voce calda e forte, saranno le labbra rosse e le braccia bianche piene di tatuaggi, sarà l'aura particolare che può avvolgere una che ha suonato con Neurosis e Today Is The Day, ma questa donna, che tra l'altro suona nei Giant Squid, è davvero magnetica.
I Grayceon si formano nel 2005 per volere di due amici di Jackie. Questi, infatti, per convincerla a suonare con loro le confezionano addosso un sound perfetto per il suo strumento, nella forma di un progressive decadente impregnato di post-sludge. La chitarra di Max Doyle, portatore sano di riff prog, la batteria fantasiosa e instancabile di Zack Farwell e il violoncello elettrico di Jackie s'intrecciano e confluiscono nel loro primo disco due anni dopo.
Un cielo uniformemente grigio, una pioggia appena terminata, lievi soffi di vento e qualche foglia gialla bagnata sull'asfalto: questo è prima di tutto Grayceon. Certo, ci sono gli sprazzi folk di Song For You e sì, la batteria pesta energicamente dall'inizio alla fine, e certamente anche i cambi di tempo e le cavalcate di Ride o di Into the Deep sono molto dinamici. Ma il violoncello, che si fa sentire per primo in Sounds Like Thunder e che indica subito agli altri strumenti la via da seguire, quel violoncello stende su tutto ciò una fitta nebbia, e con il suo lamento conferisce all'intero disco una malinconia inaudita, opprimente eppure allo stesso tempo dolce. Una malinconia che è un'angoscia leggera, è il sottile velo di tristezza il cui tepore riscalda chi si è rassegnato. Potrebbe essere la colonna sonora dell'ultimo respiro prima di morire.
Grayceon offre quattro brani che si aggirano intorno ai dieci minuti, se si eccettua la seconda traccia, fondamentalmente strumentali. Ogni tanto le voci degli strumentisti si accodano e accompagnano le armonie.
Jackie Perez Gratz non è una donna che definirei bellissima, eppure seduta lì, dietro il banchetto dello scarno merchandising, mentre con un sorriso mi ringrazia nel porgermi il disco, per qualche secondo mi ha fatto innamorare.