Nel 1980, in quel di Washington, venne dato alle stampe un disco, che per suono ed umore, avrebbe gettato un ponte tra la new-wave degli Stati Uniti e quella europea.
Si trattava dell'omonimo debutto degli Urban Verbs, un quintetto il cui cantante, Roddy Frantz, era il fratello di Chris Frantz, batterista dei più famosi Talking Heads. Si trattava infatti di un'interessante ed originale unione di elementi, che davano vita ad uno stile ibrido, quasi unico nel panorama di quegli anni. La sezione ritmica, risentiva del background tipicamente americano del rockabilly, con una batteria presente ma secca, ma anche delle sincopi palpitanti e nevrotiche dei cugini Talking Heads.
Il cantato era permeato di reminiscenze Rhythm & Blues, svuotato però di parte della carica viscerale di quel genere, a favore di un tono che di tanto in tanto si faceva distaccato, come voleva la scuola europea del periodo. Le parti di sintetizzatore, sempre continue nel disegnare i brani, contribuivano ad "alienare" il suono, in linea con le direttrici del vecchio continente, ma erano allo stesso tempo fortemente debitrici verso lo stile del grande Ravenstine dei Pere Ubu. La "voce" del synth infatti, non era gelida e altisonante come nei lavori dei dandy europei più freddi, John Foxx e Gary Numan, ma era piuttosto simile ad un ronzio continuo e impertinente, un sibilo di fabbrica, poco melodico, spesso dissonante, sicuramente molto creativo. Questo mix, rese il loro suono molto interessante ma troppo "dispersivo", e questo, come spesso accade, non è un punto a favore della commerciabilità.
Intendiamoci, non siamo di fronte ad un gruppo enorme, ma comunque ad un ottimo gruppo, che avrebbe sicuramente meritato qualche riconoscimento in più.
Detto questo, non resta che far partire il disco ed essere sedotti dall'indefinibile "Subways", in cui lo "spleen" europeo è molto evidente, con delle chitarre scintillanti ed un ritmo a metà strada tra il motorismo dei Neu! e gli stacchi dei primi Ultravox!
Un cupissimo rimbombo prelude all'intro di una chitarra che più rock non si può. "The Angry Young Men" è infatti più "nera" della precedente canzone, non a livello di umore, ma a livello di stile. Su tutto, in cielo, i voli del synth. Ed ecco che ritorna una parziale calma con "Next Question", semi-ballata crepuscolare di grande effetto, indubbiamente uno dei brani migliori del lotto, dove il sintetizzatore la fa da padrone assieme alla chitarra, in un intreccio melodico davvero emozionante. "Frenzy", porta invece basso e batteria in primo piano, emuli delle pulsanti detonazioni dei Talking Heads. L'umore "deviato" della new-wave permea completamente "Ring Ring", mentre "The Only One Of You", distende leggermente l'atmosfera, aprendosi ad un chitarrismo più melodioso.
Sembra che il gruppo abbia alternato sapientemente la sequenza dei brani; la successiva "Luca Brasi" infatti, è un'estenuante alternarsi tra un rockabilly sfrenato, ed un lento stillicidio di synth e chitarre maligne, con un finale di puro delirio strumentale. Gioiellino.
Alla stessa categoria appartiene la conclusiva " The Good Life", forse il manifesto del loro stile. Un ritmo metronomico su continui saliscendi di synth, una chitarra che puntella note sullo sfondo, ed una tensione che non allenta mai la morsa per tutti i 4 minuti. Altro piccolo capolavoro new-wave.
Non mi resta che concludere ribadendo la bontà del lavoro, invitando coloro che sono interessati ad approfittare della recente ristampa della WOUNDED BIRDS RECORDS. Buona ricerca.