Sunshine in your pocket.
Vi farò una confidenza. Ho sempre pensato che i dettagli e le sensazioni del momento facessero la differenza. Per questo dopo infiniti ascolti ho aspettato il momento propizio e la stagione più adatta per questo disco dai colori accesi. E come per lo spolverino di mezza stagione finito in fondo all'armadio, è il momento di tirare fuori questo omonimo debutto 2010. Gli Avi Buffalo suonano così: leggeri e solari, un invito a godersi l'aria aperta.Sentiti d'inverno credo non farebbero lo stesso effetto.
Padrone di un songwriting di tutto rispetto, leader e autore principale di tutto ciò è Avigdor Zanher-Isenberg (19 anni all'uscita del disco) che traduce le sue emozioni in musica servendosi di altri suoi coetanei, e compagni di banco giù a Long Beach: Sheridan Riley, Arin Fazio e Rebecca Coleman. Ad ascoltarli sembra che la loro carta d'identità menti come in tanti film adolescenziali americani, in cui il passatempo preferito dai teenager era farsi una patente falsa, ricordate?
Indie-Pop soleggiato profondamente devoto ai sixties, costruito attorno agli arpeggi cristallini di Avi. Spensierato e colto allo stesso modo. Le paure e i sentimenti generazionali nei testi conditi ai titoli che più espliciti non si può: "Summer Cum", "Five Little Sluts" la dicono lunga sul lato frivolo intrinseco della loro giovane età. Mentre i passaggi alla chitarra di Avi ed alcune trame tradiscono un approccio allo strumento superiore alla media, dovuto peraltro a tante jam di stampo jazz e nascondono una ricerca musicale se non originalissima, almeno sorprendente per il motivo detto in precedenza. Se riuscite a farvi gradire il cantato acuto e quasi in falsetto in alcuni casi di Avi, (l'ostacolo più grande) beh allora sarà un piacere perdersi in quarantacinque minuti leggeri e onirici.
Ad oggi la SubPop e le testate americane se ne sono accorte eccome e nelle radio dei college sono stati tra i più trasmessi dell'estate appena trascorsa. Con ogni probabilità il singolo " What's It In For? " esempio di botanica in technicolor. La loro bellezza sta nella semplicità e quanto questa possa fare la differenza: dalla ballata vintage perfetta "Jessica", agli armonici di chitarra posti in apertura di "Truth Sets In", fino alla coda strumentale in odore di psichedelica di" Remember Last Time".
Avigdor devoto agli Shins (anche loro su SubPop) e ai primi Wilco, trasforma il linguaggio folk di questi e lo unisce (aggiungo di mio) al lato più giocoso dei Fleet Foxes e ai Band Of Horses di "On My Way Back To Home" e di "No One's Gonna Love You" per intenderci. Ma avendo dalla loro un disco d'esordio che nessuno dei suddetti gruppi citati può vantare.
Scoprire come si evolvono nei 4/5 minuti i brani è appagante come scoprire nuove posizioni sul manico della chitarra. Come l'arpeggio centrale di "Where's Your Dirty Mind" che ricorda qualcosa di già sentito e di "Buckleyana" (Jeff sia bene inteso) memoria. La padronanza degli arrangiamenti mischiata all'incoscienza dei loro 19/20 anni sono le loro carte migliori. I coretti femminili di Rebecca Coleman fanno il resto, rendendo il tutto easy listening, adatto a destinatari con una testa aperta e pensante. Ovvero a chiunque non si fossilizzi sull'idea che un genere musicale "leggerino" come questo sia troppo "piatto" e per chi intende sognare e lasciarsi attraversare dal flusso sonoro della voce nasale di Avi accompagnato dalla sua Jazzmaster. Sperando non rovinino tutto con un Avi Buffalo #2 non all'altezza (che potrebbe servirsi di qualche "licenza" elettrica in più per i miei gusti). O peggio che non si facciano inghiottire dalla macchina del mainstream. Troppe volte è successo. Quando mi accorgo che il lungo assolo pshyc finale di " Remember Last Time" (la mia preferita) starebbe bene su " Let Them Eat Cake" dei Motorpsycho ho definitivamente la certezza che questo sia un grande disco.
Lasciate i vostri pregiudizi stesi sulla spalliera della sedia che avete in cucina, toglietevi l'orologio da polso, fuggite nella più vicina campagna e gustatevelo sdraiati su una verde collinetta. Con un gambo di "erba brusca" in bocca, cercando di dare una forma e un nome alle nuvole che vi strizzano l'occhio dall'alto.
Godibilissimo.
Il parere del commendatore Bossolazzi:
Rispondono appieno all'equazione: indie-folk + sunshine pop californiano = dream-pop 2011. Per quello che può significare.
Una canzone di 8 minuti come “Remember Last Time” dovrebbe fugare qualsiasi dubbio di sopravvalutazione.
Non è mai stato così bello essere giovani e naive.