Los Angeles 30 Settembre 1983, Adele Stephanie Sebastian muore per una grave forma di insufficienza renale. Aveva appena compiuto 27 anni.
L’happy end in questa breve storia non c’è, anche se quel che ci resta è il suo primo ed unico album, un gioiello che riesce a toccare le corde più profonde di chi lo ascolta.
Prima di venire al mondo Adele non poteva certo distinguere le note ma le sentiva bene, anche perché la mamma lavorò per tutta la gravidanza.
Nasce in una famiglia di musicisti, mamma Jacquelyn pianista, il padre Malvin sassofonista, i due fratelli Joseph e Malvin Jr. cantanti. Predestinata. Già da piccola segue la madre che suona con un gruppo corale di Negro Spirituals l’ Albert McNeil Jubilee Singers che aveva un discreto seguito In tutto il paese e che è ancora attivo.
Lei cresce in un periodo in cui si lottava per i diritti civili e contro la segregazione razziale, anni caldi in cui respira quel fermento di attese e delusioni, di repressione e balzi in avanti. Cresce con la musica di Pharoah Sanders e di John e Alice Coltrane ma fino ai primi settanta è solo una ragazzina che cerca di trovare la sua strada. Studia il flauto e canta ma poi all’Università Statale della California si specializza in teatro e approfondisce i suoi interessi panafricani.
Purtroppo si deve già sottoporre a dialisi a causa di una maledetta malattia congenita. Questo non le impedisce di frequentare jazzisti e musicisti tra cui il leggendario Frank Morgan sax contralto e il pianista Horace Tapscott che la fa entrare a soli sedici anni nella sua Pan Afrikan Peoples Arkestra.
Questa era una formazione che meriterebbe un discorso a parte, ma dirò solo che era ispirata alla Sun Ra Arkestra e sebbene Tapscott avesse un ruolo concettuale e organizzativo di primo piano, non si fondava su una sola persona e sulla sua visione estetica, ma era piuttosto, come si diceva allora, un progetto comunitario composto da un certo numero di musicisti, ciascuno dei quali aveva una personalità molto forte. Tapscott e gli altri membri della Pan Afrikan Peoples Arkestra consideravano che la loro missione fosse quella di creare e sviluppare a Los Angeles una rete di giovani artisti neri radicali e diffondere il jazz e altre forme di arte afroamericana nella coscienza popolare pubblica.
Ma torniamo ad Adele. Contribuì a ben otto album dell’Arkestra in qualità di flautista e cantante ed aveva una sempre maggior considerazione da parte degli altri musicisti e di Tapscott. Lei, però, non era solo una flautista di grande talento ma anche una compositrice e fu co-autrice, regista e coreografa di un musical sulla storia afroamericana intitolato “It's a Brand New Day”.
Nel frattempo lavorava al suo album di esordio “Desert Fairy Princess” che fu registrato nel 1981 e pubblicato l’anno successivo dalla benemerita Nimbus West Records. Aveva messo insieme una band eccellente che comprendeva il vibrafonista Rickey Kelley, il contrabbassista Roberto Miranda e il batterista Bill Higgins, che suona anche il gembreh, uno strumento ad arco, che conferisce una certa nota esotica al disco, il pianista Bobby West ed il percussionista Daoude Woods.
Adele sceglie di utilizzare per lo più strumenti acustici per cercare il suono più naturale e spontaneo possibile. Le linee melodiche si intrecciano ricordando vagamente lo Spiritual Jazz di Pharoah Sanders e Sun Ra di parecchi anni prima ma riesce con grande intelligenza a far coesistere gli elementi del classico jazz vocale americano con altri dai tratti più vicini al Free Jazz, alla musica latina ed ai suoni tribali africani come nella lunga e fortemente ritmata “Man From Tanganyka”, una bella reinterpretazione del brano di McCoy Tyner.
Anche tutti gli altri brani sono pieni di spunti psichedelici ed intrisi di magiche atmosfere sonore, dalla titletrack a “Prayer for the people”, “Belize” e “Day Dreamer”.
Il disco, apprezzato dalla critica, non ottenne un grande successo di pubblico, non era nemmeno previsto, il successo, era musica che veniva dalla sua anima e lei sentiva che poteva essere una sorta di testamento spirituale.
L’anno dopo se ne andò. Chi lo sa cosa avrebbe potuto fare!
Il disco fu poi accuratamente rimasterizzato e ripubblicato in vinile e cd nella sua forma attuale e, a detta di qualche critico, per quel che conta, rimarrà nella storia del Jazz e della musica.
Ajò