Per chi si fosse mai chiesto che verso faccia il rinoceronte, il tranquillamente minaccioso ippopatamo cornomunito, viene in aiuto questo primo, soprendente, parto solistico di Adrian Belew.

Capelli anarchici, come a vendicarsi del forzato ripiegamento a cui sono stati costretti dall'età, maglietta bianca di lana da notte, viso butterato e dall'espressività teatrale; l'Adrian Belew di oggi, controparte naturale a quel Robert Fripp, sullo sgabello all'angolo del palco, concentrato e soprattutto disciplinato.

Il contrasto stilistico e di personalità è stato fondamentalmente la ragione del successo (artistico, of course) di un tale eterogeneo duo chitarristico, in duelli fra animalità e geometria, fragore e asetticità. L'intellettualismo elitario di Fripp che si sporca col pop, l'elettronica da ballo, riformulando un linguaggio dissacrante e personalissimo che abita e supera la musica di consumo degli anni '80.

Il qui recensito lavoro è datato '82, ponendosi nel periodo immediatamente successivo al crimsoniano Discipline, anticipando anche quanto si sentirà poi in "Beat" e "Three Of A Perfect Pair".

Lo dico per quei pochi che non lo sapessero: Adrian Belew è un mostro di bravura, nel canto come nella chitarra, un personaggio libero e difficilmente classificabile. Non fosse solo per il curriculum spaventoso, è innegabile che non abbia limiti di sorta se non quelli in cui lui stesso decide di lavorare.

La chiave della sua opera è tutta nell'elaborazione in un linguaggio che sia libero, e al contempo fruibile, che si ciba della muzak più culturalmente deleteria, ma che parli a più livelli. O forse qui si ritrova semplicemente l'approccio squisitamente naive di Belew di intendere la musica, per cui possono convivere in equilibrio contrappunti free jazz e synth pop, ritmi motorik e chitarrismo diluito nell'ambient distensiva ("Naive Guitar", appunto)

Ciò che manca qui però è la tanto decantata "disciplina" di Fripp,  Belew scorazza liberamente in ogni direzione, rimanendo fedele solo all'improbabile concept sui rinoceronti, (The Lone Rhinoceros, ballata comicamente struggente in cui la chitarra ne imita il tipico verso, è un po' la summa di quanto detto) e al pop freak che richiama l'universo immaginifico irresistibilmente goliardico di Frank Zappa. (che ricordo, fu il suo scopritore)

"Swingline" i cui sassofoni inizialmente scimmiottano il nervosismo di Red, passa poi per ritmi molto cheesy per rifarsi crimsoniana nel cupo intestardirsi dei fiati, perforati dalla chitarra di Belew. "Addidas In Heat" è un calderone di fusion, funk, e collage pseudo-avanguardistico, l'opener pare invece una parodizzazione della new wave, "Stop It" è divertente pop-jazz che, nel finale, mostra, se ce ne fosse bisogno, la filosofia della non-serietà di Belew.

Se è infatti impossibile prescindere dall'opera dei King Crimson degli '80 nella valutazione o anche solo nell'approccio all'ascolto, c'è da dire che nonostante sia facilissimo evidenziare l'apporto musicale(enorme) di Belew in questa fase del re cremisi, qui si parla sempre e comunque di musica pop.

Pop colto, pop straniante, pop anarchico e alla fin fine volto verso un audience ideale che non ha nessun riscontro con la realtà (men che meno con quella degli anni '80), ma pop nella forma e nel contenuto, nei cui (propri) registri teoricamente limitati si scopre vitale ed espressivo.

Per dinosauri (e ovviamente rinoceronti) che apprezzano l'essere scanzonati quando visionari, per i giovani che preferiscono essere vecchi per dissociazione dal senso comune, per chi indossa le scarpe di colori diversi, per chi va in ufficio dopo aver visto i cartoni animati, per chi non starà a interrogarsi sulla legittimità del cinque che ho messo lì sopra, per chi è tutti o per chi vuol essere diversamente un nessuno.

 

Ps: la melodia nel chorus di "Swingline" è quella presente nel videogame "Crash Bandicoot", sempre che non mi sbagli o che sia pazzo io.

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