Lo aveva capito bene il buon vecchio Miles che il pianista Ahmad Jamal è un genio. Ai tempi del primo storico quintetto lui lo additava ad esempio ai compagni musicisti, in particolare a Red Garland. Senza la musica di Jamal non ci sarebbe stato di sicuro il classico "Kind of Blue".

Alchimie musicali all'insegna del minimalismo, ma di che minimalismo! Il segreto sta tutto nel suo modo di dilatare ed allargare il tempo di ciascuna frase. La musica respira come il mantice di una fisarmonica, si gonfia e si rilascia di colpo. Poche notine qua è là, ma così al punto giusto in modo che i silenzi si ricompongono, si ordinano e diventano musica. Ogni tanto ho l'impressione che Jamal suoni il piano con l'atteggiamento di un percussionista.

Questo disco è un live del 1958, con Israel Crosby al contrabbasso e Vernel Fournier alle percussioni. Ci sono solo due composizioni di Jamal, "Ahmad's Blues" e "Seleritus", il resto è un repertorio di standard. Ma le letture di questi pezzi sono completamente non convenzionali. Per esempio il classico "Autumn Leaves", da nostalgica canzone francese diventa una specie di fuga blues, la melodia scompare e si ricompone riflessa in mille specchi. Altri pezzi significativi: "Stompin' at the Savoy", "Cheek to Cheek", "Let's Fall in Love", "Autumn in New York", "A Gal in Calico".

Il blues filtrato da Jamal diventa qualcosa di profondamente diverso, diventa una danza funambolica, un vortice di piccole note sussurate, con i silenzi nel mezzo che ululano. La melodia si decompone come l'immagine di un quadro cubista, ti sembra di averla persa un momento, ma dopo un secondo scopri che è ancora lì. Economia estrema del suono, si sente che ogni sfumatura è importante, non dice niente di superfluo il nostro Jamal, non è un fanfarone lui.

Con i suoi primi lavori ci troviamo davanti a una delle influenze più sottili sul jazz a venire, naturalmente filtrata dal quintetto Miles Davis ma non per questo non importante. Penso che tornare direttamente alla fonte faccia bene alle volte. Il disco tra l'altro è piacevolissimo; con la sua grazia rivelata ai semplici penso che piacerà anche a chi di solito non ascolta jazz.

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