L'aurora spennella sul muro le prime luci del mattino filtrate dalle tende e i profumi dei fornelli eludono le porte semichiuse insinuandosi nelle narici. Sita Michelle Coltrane è ancora a letto, di lì a poco dovrà levarsi per andare a scuola. Tutto così straordinariamente ordinario tranne quel suono che ieri non c'era. Alice siede nella penombra della cucina tra il crepitio del bacon e la tazza fumante di caffè. Le dita sfiorano impercettibilmente le corde tese con un'eleganza e una velocità tali da sembrare immobili.

La magia ha il potere di rendere possibile quel che la mente non osa, è della stessa materia del sogni ma soventemente preferisce ingerirsi con la realtà.

"Se il paradiso è così, sarò sicuramente pronta ad accoglierlo quando ne avrò la possibilità"

Questo pensa Sita Michelle destata e rapita dal sonno dalle gesta della madre, lo ricorda distintamente oggi a distanza di cinquant'anni. L'arpa genera una cascata di gocce dorate che lumeggiano il teatro d'ombre in quella stanza e Sita scatta un' istantanea per regalarla alle sue memorie future.

La storia racconta che John Coltrane ordina quell'arpa per sua moglie ma muore prima che arrivi. Fortemente provata dalla dipartita del marito, Alice comincia a vivere una vita priva di vita, soffre d'insonnia, ha continue visioni e perde parecchi chili. La sua esistenza si assottiglia come una corda che la sostiene precariamente, in bilico come una funambola sul precipizio dell'esistenza.

Ma ogni oscuro baratro ha le sue crepe che si lasciano attraversare dalla luce e corrispondono a coordinate sempre diverse ma ugualmente salvifiche.

Il punto di svolta di Alice si trova in India, in un piccolo villaggio chiamato Chettipalayam dove incontra il guru Swami Satchidananda, molto noto e acclamato in oriente, che ha parlato e incantato l'oceanica adunata di Woodstock. I suoi consigli e i dettami spirituali calmano e rasserenano Alice che diventa presto una sua discepola. Intraprende un viaggio interiore nei meandri della sua esistenza, profondamente attratta dal potere dello spirito, il suo e quello che risiede negli altri, lo spirito delle cose.

Inevitabilmente la trasformazione si riverbera nella musica, nelle composizioni che iniziano a connotarsi in un mood psichedelico, attingendo dalle tradizioni di tutto il mondo, ma rimanendo fedeli all'intelaiatura bebop acquisita nella sua giovinezza a Detroit e quando si esibiva come pianista durante gli intervalli al Blue Note di Parigi.

È questo il contesto in cui nasce Journey in Satchidananda. Esplicitamente dedicato al suo santone spirituale, è l'album della svolta, il lavoro che sancisce una definitiva trasformazione del suono della Coltrane. In verità ha parecchi elementi in comune con gli album precedenti come l'esplorazione della mitologia e della religione, ma l'elemento del viaggio palesato nel titolo è una novità assoluta. Viaggio inteso come percorso interiore e artistico, una transizione, un processo di trasformazione, un flusso che non ha inizio nè fine. La prova provata è l'omonima traccia che apre il disco, un looping trascendentale che potrebbe durare in eterno, cristallizzato nella litania della tambura di Tulsi. Alice Coltrane scrive nelle note di copertina: “Chiunque ascolti questa selezione dovrebbe provare a immaginare se stesso fluttuare su un oceano d'amore di Satchinandaji", invitando l'ascoltatore a rimanere dall'inizio alla fine dell'album sdraiato per terra con gli occhi chiusi.

Tre note ronzanti di tambura ancorano la traccia del titolo, catturano al proprio interno l'ascoltatore nella complessa impalcatura grammaticale della sua musica. L'arpa di Alice come uno spirito assolto dalle proprie catene e liberato da vincoli e percorsi stabiliti, gioca a rincorrere, incrociare e confondersi col sassofono del Faraone divino. La Coltrane focalizza i suoi studi sul modal, accantonando le armonie funzionali a favore di virtuosismi snocciolati intorno a una nota fondamentale e sperimentando scale indiane e altre non diatoniche. In sostanza le tracce, come tutto l'intero album, girano sull'incipit iniziale di tambura. "Shiva-Loka" riparte dalla spirale che ruota intorno alle tre note e riavvia il caleidoscopio di luci e colori che contamina anche "Stopover Bombay".

Poi arriva la calma che intride il disco e lo tempera. Le luci si abbassano. Questa è per John, il suo John. Si asciuga il sudore. Posa l'arpa per terra e va ad accomodarsi al pianoforte. Un sorso d'acqua e l'incanto è nuovamente in scena.

Nella musica tutto è possibile, possono succedere cose che nella realtà non accadono e alcune persone hanno bisogno di amare quanto di respirare. Una di queste è la Coltrane.

Tanti brani che hanno scritto la storia del jazz sono nati da una sbronza, nei fondi di un bicchiere di gin. "Something about John Coltrane" viene dritta dai meandri dell'anima di Alice. Pigia le dita delicatamente sull'avorio lucido modulando lo spazio e il tempo, un tempo pigro e placido che da qualche parte riserva sempre uno spigolo. Un’emozione intensa che ti porta in ogni direzione senza percorrerne alcuna mentre il sax di Sanders è impegnato a sversare nettari di note. Il contrabbasso di McBee si inerpica in un impossibile virtuosismo mentre le spazzole alle sue spalle accarezzano ossessivamente il rullante.

I ritmi si dilatano. Alice ritorna con i pensieri ai guru indù nei canyon di cristallo della California, agli Ashram di Bombay, ai fumosi club di Manhattan saturati dall'incenso. L'ultima traccia registrata dal vivo il 4 luglio del 1970 al Village Gate di New York è tutto un traboccare di trascendenza, armonia e dolore. Si dolore, tanto dolore. L'oud di Vishnu Wood fraseggia leggero come un soffio di brezza, intrappolato nei mesti ricami d'arpa di Alice, fino alla fine, lì dove iniziano gli applausi.

Journey In Satchidananda è un viaggio senza una destinazione verso tutte le destinazioni, un luogo onnicomprensivo e uno spazio metafisico, luce e ombra, vita e morte, il rifugio dello spirito in tormento, un fluttuare su un oceano d'amore di Satchinandaji.

Sdraiato per terra.
Con gli occhi chiusi.

Carico i commenti... con calma