“Un serpente, a far piazza pulita di un pollaio ci mette un nulla.”
(W. Faulkner, Mentre morivo)

“To lose the feeling of an endless searching through
How to have made what is never about me or you
That is the kind of love I’d always dreamed to be
However painful, let it break down all of me
‘Til I am nothing else but the feeling
Becoming true”.
[Per perdere la sensazione di una ricerca interminabile
Come aver fatto quanto non riguardasse mai me o te
Questo è il tipo di amore che ho sempre sognato di essere
Per quanto doloroso, lascia che mi abbatta interamente
Fino a quando non sarò nient'altro che la sensazione
Di esserlo diventata per davvero]
(Angel Olsen, Heart Shaped Face)

Angel Olsen ha trent’anni anni ma canta come una quarantacinquenne: quando sussurra instilla olezzante malizia, quando si controlla ha una sua opacità limpida, quando strilla è accattivante. La talentuosa cantautrice americana, di St. Louis, ex commessa in un negozio di alimentari ed ex corista di Will Oldham aka Bonny “Price” Billy, ha delineato sin dagli esordi la propria cifra artistica, il folk lo-fi. Del resto, certamente, la più adatta ad una fanciulla cresciuta nei ’90, dopo esser stata adottata da una famiglia “Bradford” del Missouri, di già sette figli naturali; val la pena ascoltare la diafana If It’s Alive, It Will dallo stringato debutto Strange Cacti” (2011), EP apparentemente registrato in uno sgabuzzino.

“My Woman” del 2016 (Jagjaguwar), terzo album in studio, cui per ora segue solo una raccolta di outtakes, è tutto intriso di una scrittura senza compromessi e senza finzioni, intimo ma sprezzante, nitido perché spregiudicato. Esemplifica più generi rispetto al recente passato. Nella prima parte incede con brani decisi, vigorosi, debitori della sacerdotessa del rock o della PJ Harvey che l’inseguiva in “Stories from the City, Stories from the Sea”, ma anche fatalmente attratti dai girl group; lungo le ballate intimiste e filosofeggianti della seconda parte diventa tanto riflessivo quanto struggente (Lisa Germano e Cat Power possono essere pietre di paragone). Seppur venga accostata di consueto ai nomi di PJ Harvey e ai Fleetwood Mac con Stevie Nicks, risulta sufficientemente personale, nelle interpretazioni e ancor più nel songwriting, da meritarsi il riconoscimento di una matura indipendenza autoriale.

In questo LP sviluppa il tema dell’esser donna, attraverso varie prospettive su una relazione al capolinea, con canzoni un po’ abuliche di melodia ma con uno spleen iconico e irriducibilmente contemporaneo. La femminilità viene declinata in un ieratico decalogo, ove si fondono le tonalità calde e fredde, l’energia e l’insicurezza: il potere della debolezza agisce così sulla debolezza del potere. Una piccola sovversiva resistenza umana, quantomeno didattica, a beneficio di sognatori introversi, allampanati ma resilienti. Se la nebbia e la svogliatezza del lo-fi è un lontano orizzonte, lo dobbiamo al risoluto passaggio della Olsen dall’indie folk al rock autoriale, in un album dalla linearità scomposta perché interprete di un’emotività crudamente acuta e indifesa, che ne autentica la drammaticità.

Due parti, dunque, distinguono l’opera, cui vanno sommate la intro Intern, insolitamente elettronica (tastiere anni ’80 e toni lynchiani, con un commovente finale in falsetto: «Doesn't matter who you are or what you do/ Something in the world will make a fool of you/ Pick up the phone but I swear it's the last time/ Pick up the phone but I swear it's the last time»/ Non importa chi sei o cosa fai/ qualcosa nel mondo farà di te un pazzo sciagurato/ prendi il telefono, ma giuro che è l'ultima volta/ prendi il telefono, ti giuro che è l’ultima volta) e la outro Pops, una ballata per piano e voce avvolta da un’aura cupa e solitaria (una nenia che ha il languore spossato di Lana Del Ray ma il fascino di Cat Power, e un testo epifanico: «Don’t forget it’s our song, I’ll be the thing that lives in the dream when it’s gone»/ Non dimenticare che è la nostra canzone, sarò la cosa che vive nel sogno quando sarà svanito). Andiamo quindi dal chitarrismo anni 90 di Not Gonna Kill You e dal giro nirvaniano di accordi di Give It Up, alla sfolgorante Shut Up, Kiss Me, un rock retrò sfaccettato, sia vellutato che aggressivo, passionale quanto Never Be Mine, con un ritornello power-pop affabilmente seduttivo. Se l’indolenza meriggiante di Heart Shaped Face è contrassegnata anche dal bel basso sgocciolante di Emily Elhaj, Sister è un dilatato pezzo alt-country (ove si annidano rime inestricabili come «And all this blessing was a course/ before I opened up my purse»/ E tutta questa benedizione era un corso/ prima che aprissi la mia borsa). Se Those Were Days è una avvolgente torch song, in Woman la voce della Olsen si fa perfino implorante e sensuale, anelando quieti ed estasi, ma con toni così dolenti che si potrebbero addire a Beth Gibbons. In questo brano, la cantautrice dichiara proverbialmente «I dare you to understand what makes me a woman» (Ti sfido a capire cosa mi rende una donna).

Beh, il rock al femminile, il rock degli anni dieci, malgrado «un serpente, a far piazza pulita di un pollaio ci mette un nulla», ha una sua nuova musa che, guarda un po’, ha sette fratelli nel Missouri e nel suo piccolo sostiene –con una percentuale sulle vendite di "My Woman"- Medici Senza Frontiere. E canta fieramente:

Shut up kiss me
Hold me tight
Shut up kiss me
Hold me tight
Stop your crying
It's alright
Shut up kiss me
Hold me tight

(Sta 'zitto, baciami/Tienimi stretta
Sta 'zitto, baciami/Tienimi stretta
Smettila di piangere/Va tutto bene
Sta 'zitto, baciami/Tienimi stretta).

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