l problema attuale con gli U2 è che non si capisce più quanto siano sinceri. Nel 2017 accelerarono l’uscita di Songs of Experience perché sentivano l’urgenza di dire la loro contro il neoeletto Donald Trump, in particolare con Get Out of Your Own Way. Un brano costruito su rime da filastrocca e musicalmente tra i momenti peggiori della loro carriera. Se non fosse stato presentato come manifesto anti-Trump, probabilmente non se lo sarebbe filato nessuno.

Oggi i quattro di Dublino sembrano di nuovo sentirsi in obbligo di intervenire sulla complessa situazione internazionale, pubblicando questo EP i cui testi toccano, a turno, la guerra in Ucraina, l’America trumpiana, la Palestina e l’Iran (finalmente!). Messaggi per lo più incontestabili e, proprio per questo, perfettamente allineati al sentiment del momento. E qui il dubbio: quanto c’è di reale urgenza artistica e quanto di semplice posizionamento?

Il problema vero, però, è la musica. Anche questo lavoro non riesce a sottrarsi a quell’imbarazzante deriva iniziata attorno all’anno 2000. Bono riempie i brani di liriche chilometriche — hey Mr. Hewson, questi sono gli U2, non Bono & His Band — e spesso crea cortocircuiti emotivi: testi drammatici si accompagnano a motivetti pop plastificati (Song of the Future), che finiscono per annullarsi a vicenda.

L’EP parte male con American Obituary, l’ennesima tamarrata di maniera, e si chiude peggio con Yours Eternally, dove la band finisce per fare il verso ai Coldplay, nati e diventati famosi facendo il verso agli U2000.

In questa discesa verso l’abisso c’è solo un timido momento di risalita, One Life at a Time, in cui riaffiorano offuscate tracce dell’antica ispirazione.

Alla fine, Days of Ash resta poco più di una furba ruffianata: niente a che vedere col furore di War!, tanto da spartire col mainstream.

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