Amo Almodóvar. Ma soprattutto amo, e mi emoziona moltissimo, l'amore per il cinema di quest'uomo. La sua fede sconfinata ed incrollabile, la venerazione per il mezzo filmico, la necessità estrema, spirituale e fisica, di creare immagini, di narrare, filmare, di raccontare il rapporto di inscalfibile e profonda simbiosi tra vita e cinema. Ma anche per il teatro. E per qualsiasi cosa che sia rappresentazione in generale.

Tutto il cinema del regista, autore, maestro spagnolo è pregno di questa urgenza, di questa necessità. In Tutto su mia madre, sua opera più famosa e simbolica, la simbiosi arte/cinema-vita è presente ed esplicitata fin dalla prima scena, e dal titolo stesso: un richiamo ad All about my Eve (Eva contro Eva). E sia prima che dopo lo storico film del '99, molti altri richiami meta-filmici, Buñuel, Visconti, Rossellini... E questo auto-nutrimento, questo citazionismo, questo cinema che nasce e si sviluppa dal cinema, ne ha fatto uno dei registi simbolo del post-modernismo cinematografico. In modo diverso e complementare dagli altri grandi esponenti di questa tendenza, da De Palma a Tarantino.

Almodóvar vive per realizzare immagini, su storie che lui stesso scrive e produce. Unico e solo responsabile di ogni aspetto e scelta nei suoi lavori.

Ora, di fronte a quella che, unanimemente, e giustamente, è stata considerata la sua opera più sofferta, intima e personale, bene ha comunque fatto a sottolineare che sempre di fiction si tratta, e di non prendere alla lettera tutto quel che è presente nelle due ore di proiezione. Dolor Y Gloria è liberamente ispirato alla sua vita. Ma, nondimeno, è un film di una sincerità e crudezza disarmante, che mostra la crisi di un regista giunto all'autunno (come lo definirebbe Ozu) della sua esistenza e della sua creatività. L'impossibilità di girare per motivi fisici (i problemi che Almodóvar ha realmente avuto alla schiena) rende la vita senza significato, la rende "vita e basta". A questo si aggiungono la depressione, l'assuefazione dai farmaci, la dipendenza da eroina, le emicranie, l'esperienza accumulata che diventa sia fonte di piacere che di immenso dolore. La consapevolezza che il proprio percorso terreno si volga all'ultima fase. Ed affiorano ricordi, l'infanzia, i rimpianti, la malinconia.

Troppo facile e troppo semplice il richiamo all'8 1/2 felliniano. D'altronde, i registi che hanno creato, con debite proporzioni, il proprio 8 1/2, non si contano. Tra i molti: Allen, Greenaway, Gilliam, Moretti... Semplice ed immediato accostamento anche ora, appunto. Ma fuorviante.

Dolor Y Gloria non è un 8 1/2 di Almodóvar, ma solo l'ultimo film a rappresentare la visione artistica e vitale del suo autore. Il mestiere del regista, la sacralità dello schermo, i film "da completare" anche a distanza di anni e anni, le esperienze dolorose ad essi legate ed intrecciate, la passione, il rapporto indissolubile, di cui sopra, tra vita, messa in scena all'interno del film ed oltre la quarta parete pur senza mai sfondarla esplicitamente. Ne La Mala Educación, ne Gli Abbracci Spezzati, una serie infinita di questi corsi e ricorsi, interni ed esterni, alla vita ed alla visione di Almodóvar, alla storia del cinema.

Ed ora in Dolor Y Gloria, Pedro ritorna su quei terreni creando uno dei suoi capolavori. Rivelando solo all'ultimo la totale assenza di onirismi felliniani, ma solo il proseguo di questo personalissimo filo stretto. Ed oltre a questo, i fantasmi del passato, personale e collettivo, sempre presenti. Il franchismo, mai evocato esplicitamente ma mai dimenticato, la povertà, l'analfabetismo, in alcuni casi. Le radici popolari e culturali della Spagna cattolica, (da) sempre fin troppo ingombranti. Il rapporto di grandissimo amore, ma anche contrastato e tormentato, per la figura materna, quello tra piccola terra di paese (talvolta con i relativi bagagli di superstizioni e credenze, come in Volver) e grande metropoli, una Madrid "necessaria", in cui Pedro fu celebre protagonista e cantore della movida degli anni '80, periodo di rinascita culturale ed artistica post regime. Eppure, forse, mai amata fino in fondo.

Spesso nei film di Almódovar è anche ricorrente il doppio: in questo caso però non c'è nessuna trasformazione in stile La pelle che abito, ma una totale identificazione col proprio alter-ego Banderas, all'ottava collaborazione con l'amico Almódovar e fresco di una strameritata Palma d'oro come miglior attore. Banderas che anche nell'aspetto richiama direttamente il regista ed autore. Nei capelli, un po' come era per Cage nel Ladro di Orchidee, in cui ricalcava l'aspetto di quell'altro genio che si chiama Kaufman. Per Banderas è l'interpretazione più intensa e straordinaria della vita, e non poteva che essere lui il protagonista di questo film, lui che ad Almodóvar deve tutto, e che quest'ultimo ha definito "il suo Mastroianni".

Dolor Y Gloria è anche l'ennesima discesa nei meandri del desiderio. L'origine del desiderio in questo caso. El primer deseo. Il desiderio, nelle sue più varie sfumature, a cui Almodóvar ha dedicato la propria opera omnia e la propria casa di distribuzione El Deseo, richiamo anche a Un tram che si chiama Desiderio, di Tennesee Williams, pièce che in Tutto su mia madre era stata vera protagonista occulta.

Tutto questo nello splendido stile visivo e pittorico caratteristico del regista iberico, con in primo piano, ancora una volta, i rossi. Il rosso, colore della passione, del sangue e del desiderio, appunto. Ma nessuna scena di sesso questa volta, anzi, un volersi trattenere per esprimere ancora più in profondità il trascorrere del tempo e dei sentimenti, e l'approdo ad una dimensione intima diversa.

Questa è una delle più alte e nobili opere della maturità di Almódovar, come sempre così ricco anche di libri, quadri, dipinti, acquerelli, mai per pura ostentazione ma in modo estremamente funzionale a caratteri e psicologie di individui che non posono vivere senza essere circondati da arte. Personalmente, comunque, già avevo amato immensamente anche quella sottovalutata perla che era il precedente Julieta. Peccato solo che Iñárritu non abbia ritenuto di premiare ieri a Cannes con il massimo riconoscimenti questo vero e proprio capolavoro.

Fino all'ultimo sono stato indeciso se scegliere questo o John Wick 3. Certo, se avessi scelto quest'ultimo, terzo capitolo della delirante saga con Keanu Reeves di cui sono un convinto e fiero adoratore, mi sarei divertito di più e depresso meno, ma sapevo che Almodóvar dà molto, e che ti lascia qualcosa dentro come pochi altri. E così è stato, fin dai meravigliosi titoli di testa (per fortuna c'è ancora chi li fa!)

Lunga vita ad Almodóvar ed a John Wick!

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