“Aspirational”, termine tradotto malamente come “aspirazionale” o “motivazionale”, si riferisce a quei prodotti che il consumatore desidera ardentemente possedere per migliorare la propria immagine o il proprio stile di vita. In parole povere: bramare ciò che non ci si può permettere, sport oggi praticatissimo. Questo film sembra la versione cinematografica delle aspirazioni del regista Bart Layton, che pare desiderare con tutte le sue forze di essere il nuovo Michael Mann, salvo poi schiantarsi rovinosamente contro il guardrail.
La vera protagonista di Crime 1010 è senza dubbio la Los Angeles notturna, filmata con indiscutibile eleganza: nastri incandescenti di fari gialli e rossi, edifici sospesi nel silenzio, inquietudine urbana che pulsa sotto la superficie. L’eco di Collateral è evidente, ma soprattutto incombe Heat, dove la città domina e gli esseri umani sembrano quasi accessori temporanei.
Peccato che Bart Layton non sia Michael Mann, e qui le aspirazioni restano, appunto, aspirazioni. Il personaggio più riuscito è Mike (Chris Hemsworth), ladro silenzioso, metodico, disciplinato, definito più dalla routine che da una vera personalità. È un professionista del furto “non violento”, in affari con il pittoresco Money (Nick Nolte), nome che è tutto un programma. I loro colpi vengono pianificati lungo la Highway 101 per garantire fughe rapide, ma la trama si mette in moto quando Mike rifiuta di partecipare al colpo in gioielleria che Money affida invece al più giovane e instabile Ormon (Barry Keoghan).
Nel frattempo, il detective Lou (Mark Ruffalo) sviluppa una teoria sul ladro della 101 che, per obbligo contrattuale con il cliché, viene accolta dai superiori con scherno e paternalismo. Ruffalo, dal canto suo, sembra ignorare quale film stia interpretando, mentre la sua crisi matrimoniale, incollata alla narrazione come un post-it dimenticato, rappresenta solo l’ennesimo filo sfilacciato di una sceneggiatura precaria.
Attorno alla vicenda si accumulano sottotrame e distrazioni varie: un gioielliere corrotto che serve a giustificare una deviazione verso un'inutile macchina della verità; un interesse amoroso per Mike così artificioso da risultare più irritante che credibile; e soprattutto Sharon (Halle Berry), dirigente assicurativa di successo, ricca, frustrata e narrativamente condannata a interrompere il film a intervalli regolari per ricordarci la sua indignazione morale contro il "patriarcato". Più che un personaggio, un promemoria ambulante. E se davvero si fosse voluto affrontare sessismo e ageismo con un minimo di onestà, forse sarebbe stato utile scegliere qualcuno che dimostrasse effettivamente l’età che il copione pretende di problematizzare.
Tutti questi fili narrativi, già traballanti, si trascinano verso un finale contemporaneamente frenetico e assurdo. Lou scivola nella corruzione senza conseguenze, Sharon viene premiata con zelo ideologico, mentre Mike, sopravvissuto per anni grazie alla disciplina, scopre improvvisamente il romanticismo per una donna conosciuta praticamente il tempo di ordinare un caffè.
Questo è uno di quei film che avrebbero potuto funzionare, ed è proprio questo a renderlo più irritante. Sotto la superficie si intravede una versione migliore, più asciutta, più feroce, più precisa, ma viene lentamente soffocata da una sceneggiatura priva del coraggio necessario, piegata a convenzioni contemporanee tanto prevedibili quanto sterilizzanti. Invece di diventare il nuovo Heat, resta un esercizio di aspirazione frustrata. Segno dello scarso gradimento del pubblico, il fatto che il film uscito nelle sale nel febbraio 2026, sia già disponibile su Prime.