Parigi, 15 aprile 1927.
Sto osservando la pioggia che cade leggera sui boulevards, trasformando i lampioni di Montparnasse in macchie dorate riflesse sull’asfalto. Nei fumosi caffè della città si parlano tutte le lingue del mondo: il russo, lo spagnolo, l´italiano e l´inglese. Pittori squattrinati, ma ricchi di ambizione e speranze condividono i tavoli con poeti eleganti e già famosi; ci sono anche jazzisti americani che suonano fino all’alba in cambio di un bicchiere d’assenzio e qualche franco.
Il centro di questo mondo di artisti è “Le Minotaure Bleu”, un locale nascosto tra Rue de la Gaîté e Boulevard Raspail. Di giorno sembra un bistrot qualunque, ma di notte si anima diventando il cuore segreto e pulsante della città.
Stasera, Duke Ellington e Count Basie appena arrivati da New York sono seduti al pianoforte con le maniche della camicia rimboccate e trattenute dalle giarrettiere e improvvisano accordi vellutati mentre Louis Armstrong, appoggiato al bancone, sta lucidando accuratamente la sua Selmer Balanced Action con aria distratta.
«Parigi non dorme mai» sento dire fra se e se a Armstrong.
«No,» risponde Duke senza smettere di suonare, «qui si può ancora sognare a occhi aperti.»
Vicino alla finestra in fondo al locale, vedo Ernest Hemingway che sta scrivendo appunti su un taccuino macchiato di vino. Ogni tanto alza lo sguardo verso gli altri avventori, come un cacciatore silenzioso in cerca della sua preda in mezzo a questa giungla bohémien.
Accanto a lui, Man Ray sta finendo di sistemare la sua Voigtlander Bessa 6x9 sul treppiedi.
Man dice «Ernest non muoverti. Hai la faccia perfetta di uno che ha appena perso qualcosa.»
«Ho appena perso cinque franchi a poker e la pazienza con i miei editori» gli risponde secco Hemingway.
«Perfetto allora», replica Man Ray.
Il flash illumina il locale.
Dall’ingresso arriva una risata limpida. Kiki de Montparnasse appare avvolta in un cappotto verde smeraldo, seguita da Tamara de Lempicka, fasciata dal suo abito elegantissimo e indossando guanti neri fino al gomito, avanza con gli occhi freddi come vetro lucidato.
«Kiki, Tamara!» grida Armstrong. «Finalmente qualcuno che ha abbastanza stile da poter salvare tutti i presenti in questa stanza.»
«Louis, caro,» rispondono all´unisono le due donne «questa stanza non vuole essere salvata.»
Dietro di loro entra Salvador Dalí stringendo il suo bastone da passeggio con l´impugnatura in oro massiccio e i baffi appuntiti rivolti verso il cielo, quasi come fossero due punti interrogativi rivolti al Grande Architetto.
«Ho appena visto un cavallo bianco entrare in Notre-Dame» annuncia solennemente.
Hemingway alza lentamente lo sguardo dai suoi appunti e sospira: «Era vero o surrealista?»
«A Parigi è la stessa cosa» dice Dalí senza scomporsi.
Nell’angolo più buio del locale, intravedo Pablo Picasso che sta disegnando le sue bizzarre signorine su un tovagliolo sotto lo sguardo di disappunto di un cameriere. Seduto accanto a lui c´è Amedeo Modigliani, come al solito pallido ed elegante, con gli occhi febbricitanti e una bottiglia di vino quasi vuota.
«Tu dipingi le persone come se fossero frammenti di uno specchio» gli dice Modigliani.
«E tu le dipingi come fossero fantasmi innamorati», risponde Picasso.
«Perché lo sono» ribatte convinto Modigliani.
Picasso ride piano mentre annuisce.
Finalmente arriva l´ospite principale della serata: Bix Beiderbecke. Indossa il suo Kreissäge di sbieco e ha l’aria malinconica di chi sa di aver ormai poco tempo per suonare la sua musica, poi ci sarà solo il grande silenzio. Quando prende dalla custodia la sua Conn Victor argentata, nel locale cala un rispettoso e immediato silenzio.
Duke e Count al piano iniziano a quattro mani un giro lento in stile swing ma con una forte colorazione blues.
Louis li segue a ruota cominciando subito a swingare con il suo caratteristico suono potente e sincopato.
Poi la musica cambia: tocca a Bix suonare. Si impone subito con lo stile Chicago. Il suono che esce dalla cornetta è rotondo, puro e morbido, con un vibrato rilassato, in netto contrasto con il sound “aggressivo” di Armstrong. L´equilibrio tra spontaneità e costruzione melodica è straordinario. La sua armonia è profondamente influenzata dalla musica classica impressionista europea, in particolare da Caude Debussy.
Presenta qualcuno dei brani che sta portando in tournée in questo periodo come: “Somebody Stole My Gal”, “Royal Garden Blues“ e “Since My Best Gal Turned Me Down”. I pezzi più spensierati che suona affiancato dal trombonista Bill Rank , da Don Murray e Izzy Friedman al clarinetto, da Adrian Rollini e Min Leibrook al sax basso, da Frank Signorelli e Lennie Hayton al pianoforte, dal banjoista Howdy Quicksell e da Chauncey Morehouse e Harry Gale alla batteria.
Le note di questi pezzi sembrano salire come la nebbia sul Mississippi, penetrando per errore nei vicoli di Parigi. Anche i camerieri si fermarono per ascoltare incantati.
Persino Dalí si zittisce e ascolta con attenzione.
Vicino alla porta, quasi invisibile tra le volute azzurrognole di fumo, Guillaume Apollinaire osservava tutti con un sorriso enigmatico. Qualcuno giura che fosse morto quasi 10 anni prima; altri sostengono con decisione che a Parigi i poeti non muoiono mai veramente.
Tant´è che Kiki gli porge un bicchiere di Morey Saint - Denis.
«Sei in ritardo come al solito».
«I fantasmi non hanno orario», risponde lui.
Proprio in questo preciso istante Man Ray sbotta che ha un’idea geniale.
«Venite tutti con me. Stanotte facciamo una fotografia impossibile.»
Saliamo tutti sul tetto del locale. La pioggia ha lasciato il posto a un cielo terso e la città brilla fino a Montmartre. Il Sacré-Cœur sembra galleggiare sopra la nebbia che invece ha invaso le strade. Tamara si mette in posa come una regina d’acciaio. Dalí punta il suo bastone verso la luna. Picasso fuma guardando il vuoto. Modigliani, che sta sicuramente pensando alla sua Jeanne che gli ha appena detto di aspettare un figlio, sorride sognante. Kiki, invece, ride fragorosamente senza motivo. Hemingway si accende la pipa e poi infila le mani in tasca. Armstrong e Bix come la solito cominciano a discutere animatamente sugli accordi da inserire nel brano. Duke osservava tutti con calma serafica, come un grande direttore d’orchestra deve saper fare. Apollinaire per quanto ci proviamo e riproviamo rimane sempre sfocato, quasi trasparente. chissà perché.
«Fermi così!» grida all´improvviso Man Ray. Gli dico che ha scattare questa volta ci penso io. Corre anche lui a mettersi in posa con gli altri.
Il flash al magnesio esplode nella notte illuminandola a giorno.
Per un istante tutta Parigi sembra trattenere il respiro.
Sono passati molti anni ormai da quella sera, ma si continua a ripetere che quella fotografia esiste davvero. Alcuni collezionisti giurano di averla vista: un’immagine piena di luce e ombre, di genio e malinconia.
Ma di sicuro c’é qualcosa di strano in questa immagine.
Per la precisione nel negativo originale: Guillaume Apollinaire non compare.
Ci sono tutti gli altri che guardano verso uno spazio vuoto sul tetto, come se in quel posto qualcuno fosse stato lì con noi.