Trepidante l'attesa che ha preceduto questo disco, perché in realtà nessuno sapeva veramente di preciso cosa aspettarsi. Un ritorno al sound delle origini era chiaramente fuori discussione, i feat annunciati erano inaspettati, i modi in cui il gruppo poteva evolversi erano tanti.
Il cambio di sound rispetto agli esordi è ormai del tutto maturo. Il gruppo predilige i mid tempo, ha abbandonato il vecchio marchio di fabbrica di tenere il riff chiuso e poi aprilo, ha abbracciato strutture che danno più risalto alla voce, pone meno attenzione al riffing e ha varie altre caratteristiche che vedremo nel track-by-track.
Per nulla marginale è però il cambio dell'estetica e dello spirito. Dove prima ogni tre per due ti piazzavano un "Torino Oi!" adesso quel grido non c'è più. Sopravvive quel tipo di fierezza, ma ormai sono pochi gli elementi che ti permettono di ricondurla alla storia degli skinhead granata. Questo al netto di tutto un po' dispiace, perché comunque vuol dire che si sente di meno l'anima estremamente personale dei Bull Brigade, rendendo invece i testi più generali. Mi dispiace inoltre notare che a volte i testi calano un po' di qualità rispetto alle brutali poesie del passato. Intanto le parole in inglese messe a caso non si capisce cosa ci stiano a fare, poi le lyrics risultano spesso un po' eterogenee, non si capiscono bene i riferimenti ai demoni del bere, alcuni tentativi coraggiosi escono maldestri e, insomma, si alternano momenti di nostalgia a momenti in cui il gruppo guarda al futuro. Insomma, per me tenere a bada il mio spirito da purista bacchettone è difficile, ma potremmo dirla così: prima si raccontavano memorie e dolori di uno skinhead, ora memorie e dolori di una persona normale. Quindi ecco, cambiare è doveroso, però un po' dispiace: con che cuore Eugenio ha mollato il grido SHARP? Provo a immaginarlo e mi figuro un'immagine tristissima: gli skinhead con i loro stivali e le magliette dei Nabat che guardano Eugenio, sotto la pioggia, che volta le spalle e se ne va. Se ne va verso un nuovo corso della storia dello street punk. E nel bene e nel male va riconosciuto che Eugenio è forse l'unico che ha voluto andare avanti. Andare avanti e magari portare anche il mercato a interessarsi punk, il grande pubblico. Occhio però, alla prova del tempo sarà il mercato che dovrà piegarsi al punk e non viceversa.
"Primo Sguardo" apre con un monologo che francamente ci potevamo anche risparmiare. Su "Bull Brigade, Torino" te lo aspetti, lo sai, è scontato che dirà "Torino Oi!". E invece no, "Oi!" non lo dice. Musicalmente la partenza è discreta, evidenzia la massiccia dose melodica ma può andare. Non entusiasmamente "My Friend", con un testo bello ma un po' goffo. "Sopra i muri" bruttina era e bruttina rimane: un pochino cresce con gli ascolti e bisogna riconoscere che avevo fatto bene a dire che con l'ascolto del disco intero avremmo inquadrato meglio questo pezzo. È vero, qualcosa di capisce meglio, ma il podio del disco questo singolo se lo sogna. Arriviamo invece ora a dove la nuova formula del gruppo funziona alla grande: Willie Peyote si presta a "Il quindicesimo inverno", con un grande riff e un'atmosfera che ci azzecca alla grande. E buona pura che giriamo i Negazione e non solo i Nirvana. Anche "Boots" funziona alla grandissima, con addirittura un pianoforte che piazza un brano da paura. Con i FAASK "Prendere fuoco" può andare, rimane in testa e non ha il tiro della precendente ma scorre. "Ragazza come noi" ha un'ottima intuizione alla base anche se non funziona al 100%. "Lividi", con Giancane, incastra bene testo e musica e assicura un buon feat anche se, ancora una volta, non si grida al miracolo. "Senza spine" funziona ancora molto bene invece, ha un tiro simile a "Boots" e un tono quasi groove metal. Tuttavia l'impostazione della parta rappata non mi convince e mi sembra banale. Chiude poi la mediocre anche se non tragica "Farewell".
L'esperiemento nel complesso funziona ma non sempre. Il gruppo ha chiarito le sue idee ma ancora propone un po' un minestrone che, speriamo, col tempo capirà meglio cosa vuole essere. Ma, prendendolo per quello che è, va bene. "Strade Smarrite" è ormai passato.
"Rasoio in tasca perché non si sa mai". Voto: 74/100.
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