Quello che sono in procinto di recensire è uno dei dischi più discussi e contestati di quest’ultimo anno in ambito metal. Sarà dunque difficile accontentare tutti, anzi, credo che la maggior parte di voi dissentirà da me.
Il disco è stato dato alle stampe nel 2005, dopo esattamente cinque anni di inattività del gruppo (se non si considera il Live del 2003): dopo un così lungo periodo di assenza, c’è chi si aspettava un grande ritorno e chi invece presagiva una grossa delusione. In particolare avevano creato non pochi dubbi la dipartita del chitarrista-membro fondatore Jonhatan Levasseur e il ritorno dietro al microfono di Lord Worm, dal cantato molto più ancorato ai canoni del genere di quanto lo fosse quello del suo predecessore Mike Di Salvo.
Già al primo ascolto si può notare che il sound è nuovamente cambiato e l’album si presenta molto diverso dall’ultimo “…And Then You’ll Beg”. Incredibile ma vero, la perizia del già mostruoso batterista, è ancora migliorata. Questi riesce a sostenere tempi veramente inumani condendoli con una personalità e una originalità unica: non solo i classici Blast Beat, ma molto di più è quello che ci presenta questo drummer le cui capacità tecniche sono state sfiorate solo da pochi. Il chitarrista rimasto dopo l’abbandono di Levasseur dimostra di essere non solo molto capace ed all’altezza del gruppo in cui si trova, ma anche di essere un esecutore precisissimo e tecnicamente eccellente: nel prossimo lavoro lo attenderà però la prova più difficile ovvero la composizione (le parti di chitarre per “Once Was Not” erano già state scritte dal dipartito chitarrista). Impossibile non citare il bassista, uno dei pochi suonatori di questo strumento che riescono ad emergere con stacchi meravigliosi in un genere serrato come il Brutal Death. Ma il punto più contestato dell’intero cd è il rientro del vecchio cantante: che dire, certo la sua voce non è più quella di dieci anni fa (faccio notare ai più “spietati” che oramai ha quarant’anni) e che la prestazione fuori del comune di “None So Vile” è ormai cosa lontana. Tuttavia i suoi growling sono ancora buoni e se proprio gli si vuole imputare qualcosa, è il suo screaming, poco convincente ed evidentemente affaticato.
Le undici canzoni che compongono questo disco sono varie e intricatissime: i riff di chitarra si incrociano tra di loro e con le linee di basso formando una tela fitta e schizofrenica, esasperata dalla batteria velocissima e dai tempi privi di logica di cui ho parlato prima. Si può dire che il nuovo sound coniato dalla band in questo disco sia una crasi tra la distaccata e lucida follia dei due album targati Di Salvo e il feeling oscuro e avvolgente dei primi Lp “Blasphemy Made Flesh” e “None So Vile”: tuttavia manca la rarefazione delle atmosfere più recenti e il morboso fascino di quelle passate. Insomma, a dispetto della realtà, sembra una band poco matura, ancora indecisa sulla strada da seguire, influenzata dal Brutal più puro ed intransigente del quale porta avanti le linee essenziali, ma anche profondamente attratta da sperimentazioni di vario genere: da qui la motivazione dei pezzi tipicamente jazz e degli altri eseguiti con la chitarra acustica che i nostri inseriscono nel bel mezzo delle canzoni di questo cd (senza contare la presenza di due pezzi strumentali dal sapore est europeo, assoluta novità per il complesso Canadese).
Una nota di merito la riservo ai testi, una sorta di ritorno alle origini per impatto e per le emozioni suscitate ma adattate finalmente a tematiche serie e fuori dai cliché del genere. La produzione si rivela ancora una volta all’altezza delle doti di questi ragazzi: pulita ma non per questo troppo vuota o inadeguata ad un lavoro di questo genere musicale.
Ciò che secondo me lascia a desiderare di questo cd è il mood, che presenta una profonda frattura tra i testi e la musica: basta aver ascoltato i loro (capo)lavori precedenti per capire che mentre gli strumentisti sono ancora proiettati, sotto il profilo compositivo e attitudinale, negli sperimentalismi precedenti al “rimpatrio” di Lord Worm, quest’ultimo è maggiormente orientato verso il Brutal senza compromessi del quale è stato portabandiera.
Credo che i Cryptopsy dovranno vincere queste discrepanze interne se vogliono tornare ad avere il consenso di tutti i loro fan e fare della loro proposta non solo un buon spunto, ma un lavoro compiuto e perfetto come in passato.
Per quanto mi riguarda, considero “Once Was Not” un'ottima prova tutt’altro che deludente, che evidenzia le capacità sopra la media di questo gruppo, ancora una volta si collocabile sulla vetta del panorama Brutal Death. La composizione tanto cesellata, la tecnica sopraffina e l’ennesima evoluzione fanno meritare a questo cd il massimo dei voti; ma se un fan neofita ne resterà stupito e meravigliato, i fan veterani avranno il diritto e il dovere di desiderare di più.