"L'inferno è solo qualcosa creato dalle nostre menti." (Danis Tanovic)

Goran Bregovic, cittadino e artista del mondo, è nato da un atto d'amore in Sarajevo, in Bosnia, da madre serba e padre croato.

Quando ne sentii parlare la prima volta, non ero più tanto giovane ed ero comunque già scappato. Da qualche parte, nella zona orientale croata, in qualche lettore suonava come in un teatro pieno di tristezza, per uno show da tempo dimenticato - così presi il treno e lo raggiunsi. All'entrata di Vukovar c'era un enorme garage di cemento raso al suolo: in quegli anni andava di moda la Yugo, la chiamavano la due cavalli americana perché ebbe un gran successo in America poco prima che la stessa ne bombardasse la fabbrica in Kragujevac.

Dormivo ad Osijek, tra le braccia della mia propria tragedia, mentre Bregovic ci suonava in un teatro pieno di speranza: all'entrata di Osjiek erano tutti venditori di pane e al cinema davano "No Man's Land", un tram partiva lento e ai titoli di coda aveva fatto il giro del paese. Un regalo dei cechi alla vittoria del dissidente Václav Havel contro i comunisti. I vecchi la chiamavano ancora La Capitale, e si scordavano che la Slavonia era conquistata, e la sera i giovani si tuffavano negli affluenti del Danubio. Io - che a ventiquattro anni più giovane non ero - raggiungevo cosciente il Danubio e il fallimento.

"No man's land", terra di nessuno. Dove sorgono solo alberi spennati e pietre giallastre, come l'anima di colui che non sa più quale guerra combattere, se neanche veramente conosce la sua.

Qualche secolo dopo, cioè adesso, me ne vado al parco a distinguere la guerra dalla pace in mezzo ai piccioni, il niente dal niente, e ora che ho provato tutto sono finito dove avevo iniziato: ad ubriacarmi fino alla morte cercando di capire se mi senta in pace. Apro il giornale e la rubrica dell'Evening Standard si chiama "Sei tu questo?": ogni mattina una foto all'uscita di Victoria Station cerchia una faccia tra milioni e se ti riconosci vinci - facce spaventose, facce non-facce rovinate dall'eterna sopravvivenza, bestie storte, semivive, fanciulli incapaci di riconoscersi allo specchio e per questo nessuno vince mai alla rubrica "Sei tu questo"; cani diretti sempre allo stesso posto, distrutti dalla mancanza di drammi e io mi siedo e li guardo, anche perchè non ho un posto dove andare.

Paragonato alle centinaia di pellicole sul genere, "No man's land" introduce un elemento fin'ora sconosciuto all'interno della cinematografia bellica: al termine della valanga di mazzate i buoni non vincono, semplicemente perchè non si capisce chi diavolo possano essere. Chiki, Nino e Cera sono le facce di tutti gli uomini che combattono: facce spaventose, facce non-facce rovinate dall'eterno odio, incapaci di riconoscersi l'uno di fronte l'altro e per questo nessuno vince mai alla guerra; cani in battaglia sempre in posti diversi, accecati dalla ricerca del dramma e io mi siedo e me ne nutro, anche perchè mi sono bevuto tutto e non m'è rimasto più niente da mangiare.

I tre protagonisti come allo stesso tempo i loro superiori, colonnelli, gerarchi di stato, la burocrazia, la politica superiore; tutti insieme in un film che ne è il riflesso nella terra di nessuno.

Alle 23 e 50 parte il treno da Trieste a Belgrado. D'inverno scendevo a Zagabria con il ghiaccio: c'era una piccola fontana, in fondo ad un lato della stazione, proprio di fianco al cumulo di bosniaci ubriachi e a quello di immondizia; da Zagabria mi muovevo verso oriente, lungo qualcosa che m'era sembrato vicino al nulla per infinite stazioni, e tutte le volte non riuscivo a credere all'uomo che divideva il mio comparto (quell'uomo dalla faccia devastata da un terremoto, che si era inceppato alla stessa parola, "Da, da, da"), non riuscivo a credere che sarebbe prima o poi scomparso dalla mia vita.

Oscar come miglior film straniero del 2001, La terra di nessuno è una bellissima rappresentazione della ragione, semplicemente perchè di guerre ve ne sono infinite ma la ragione non c'è, se ve ne esistono più di una.

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