John Cale nella sua carriera ha saputo fare di tutto e questo tutto lo ha fatto anche molto bene: negli anni '60 giovane talento dell'avanguardia newyorkese e poi mente superba dei bananari lanciati da Endi Uorhol che se ne erano usciti con robetta tipo "Sister Ray", il violaio gallese se ne esce nel 1970, per il suo primo disco da solista, con un disco di semplici, tranquillissime canzoni pop. Bellissime. Ah, sa fare anche il pop ? Si. "Vintage Violence" non sarà un Capolavoro ma è un esordio coi controcazzi, Cale si dimostra autore pop dal gusto melodico sopraffino, in particolare in due canzoni stupende come "Gideon's Bible" (quel ritornello e quella dolcissima viola...) e la scarnissima "Amsterdam", ma lo stesso discorso vale per quasi tutti i brani ("Ghost Story", "Charlemagne", "Please", "Hello There" che per inciso mi ricorda il pop-Wilco di "Summerteeth", boh, non solo lei anche il finale di "Cleo") al netto di un paio di canzoni soprassedibili. Gran disco. Da qui in poi Cale alternerà sperimentazioni, avanguardia e dischi spazianti dal pop al rock (anche bello infuocato) con la stessa facilità con cui si beve un bicchier d'acqua. Chapeau, oh.
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