Domenico Rea
Una vampata di rossore

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Una vampata di rossore, pubblicato nel 1959, è il primo romanzo di Domenico Rea (1921-1994), scrittore nato a Napoli ma cresco a Nocera Inferiore, capitale dell'agro nocerino sarnese. Conosciuto grazie ad un romanzo di Silvio Perrella (Giùnapoli), Domenico Rea fa parte di quella schiera di letterati, romanzieri ed intellettuali napoletani della metà degli anni cinquanta, come Raffaelle La Capria, Ermanno Rea, Michele Prisco, Luigi Incoronato, Mario Pomilio, Luigi Compagnone.
La carriera letteraria di Rea comincia quando lui non aveva neanche vent'anni - nel 1939 partecipa, con il racconto È nato, ad un concorso indetto dalla rivista letteraria Omnibus - per lungo tempo si professa scrittore di racconti, tanto che la Mondadori, dopo aver pubblicato le prime raccolte dello scrittore, pretende questa volta un vero e proprio romanzo. Siamo nella seconda metà degli anni '50 e Rea decide di accontentare la casa editrice sfornando una tragedia familiare, imperniata sull'agonia di una terribile malattia. Una vampata di rossore non riceve il successo sperato, né di critica né di pubblico e da questo sfortunato evento nasce anche il silenzio letterario di Rea, il quale continuerà a scrivere nel corso degli anni, ma pubblicherà il suo secondo romanzo soltanto nel 1992, quando darà alle stampe Ninfa plebea, il quale si aggiudicò il premio Strega nel 1993 e fu anche trasposto al cinema da Lina Wertmuller.

La vicenda de Una vampata di rossore ruota intorno alla famiglia Rigo di Nofi, l'immaginifica Nocera Inferiore pennellata da Rea nei molti dei suoi racconti. Al centro della tragedia familiare dei Rigo c'è Assuero, il capofamiglia, un ex carabiniere sposato con Rita, levatrice conosciuta in tutta Nofi e molto amata dalla popolazione, ma che da sessantotto giorni ormai giace a letto, bloccata da un misterioso male che non viene mai nominato, ma è fin troppo chiaro che si tratta di un tumore nel suo stato terminale, con il corpo che è già in stato di metastasi.
Non fosse solo il dramma di perdere un componente tanto caro della famiglia, le preoccupazioni per Assuero sono soprattutto di ordine economico: lasciata l'Arma dei Caribineri da giovane, Assuero si sposò dapprima a Barletta con un'altra levatrice, la quale anch'essa lo lascerà prematuramente, e da allora il giovane Rigo vive sulle spalle del lavoro della consorte, amministrandole gli impegni e le entrate, facendo da ragioniere e datore di lavoro al contempo.
La stessa situazione si ripete anche con Rita, fin quando non subentra la malattia, la quale però viene minimizzata da Assuero per il timore di perdere quel poco che resta nel "canterano", il mobile nel quale ripone i guadagni della moglie levatrice. Confortato da medici compiacenti, i quali in buona fede non vogliono spaventare la famiglia, la vita di Assuero e dei figli Beppe e Maria continua con la speranza di rivedere ben presto Rita di nuovo in piedi, perché tanto si tratta soltanto di un "imbarazzo viscerale", nulla di grave. Le rendite sono salve.

In questa complessa situazione familiare, inoltre, si irradiano anche le storie personali dei figli: Maria, la più anziana, è una procace ragazza ventinovenne condannata alla zitellaggine. Maria è la classica ragazza di paese, che non ha proseguito gli studi e che risente molto della rivalità con la cugina Chiara, la figlia di una sorella di Assuero sposata con Luca, un bravo ragazzo che prima di far fortuna fu accolto nella famiglia di Assuero e Rita, costretto però ad ascoltare le ramanzine ed i rimproveri del Rigo. Chiara è una ragazza che studia, va all'università, e frequenta le feste e la società, sa insomma stare al mondo ed è promessa sposa ad Altieri, un giovane rampollo di una ricca famiglia. Maria è invece ignorante, rozza, poco avvezza alle feste e alla mondanità, ma soprattutto è stata vittima della seduzione de Il salernitano, uno giovane scapestrato che si finge ricco e che invece le chiederà continuamente soldi in prestito, prima di portarle via la verginità e poi sparire. L'unico vero pretendente di Maria è scida, un povero operaio che però ha fatto fortuna in Algeria, ma che viene ripetutamente rifiutato dalla bisbetica Rigo perché figlio di un ergastolano, mandando così su tutte le furie Assuero che già intravedeva altre possibilità di guadagno e vita agiata.

Beppe è il figlio minore. È un ragazzo venticinquenne scapestrato, poco avvezzo sia alla fatica che agli studi, sempre alla ricerca di una qualche avventura amorosa e costantemente in contrasto con il padre, al quale chiede continuamente i soldi per portare avanti la sua vita dissoluta. La vita sentimentale di Beppe subirà una clamorosa svolta quando inizierà una tresca amorosa con Chele, una monaca di casa originaria di Melfi e dal passato misterioso, che abita al piano di sotto dei Rigo e che frequenta la casa per fare le siringhe quando Rita è colta dai suoi attacchi di dolore. Dei componenti della famiglia, forse Beppe è l'unico a rendersi conto della reale situazione della madre, seppur vivendola con "moderno" distacco.
Rea utilizza un tipo di scrittura asciutto e diretto, sebbene in diverse situazioni ometta di parlare direttamente del male di Rita, così come lascia intendere soltanto alcune situazioni più disdicevoli. L'aspetto maggiormente interessante della scrittura di Rea è l'utilizzo di quello che oggi chiamiamo flashback: la vicenda narrativa, nel corso del romanzo, lascia spazio ai ricordi di gioventù di Assuero, alle storie di Beppe e Maria, fino, alla fine del romanzo, ai ricordi della stessa Rita e della sua vita faticata accanto al marito.

Il personaggio di Assuero è naturalmente controverso: per sua stessa ammissione sposò Rita perché all'inizio lo riteneva un buon affare, ma poi si dimostra realmente innamorato della moglie, con la quale ha condiviso quarant'anni di vita matrimoniale. L'ossessione per i soldi di Assuero non nasce dall'avidità, ma dalle preoccupazioni per il futuro, perché arrivato alla soglia dei settant'anni, con una figlia zitella ed un figlio disoccupato, senza i guadagni della moglie non sa come farà a tirare avanti. Il chiarimento sull'amore di Rita e Assuero avverrà soltanto nelle battute conclusive del romanzo, grazie ai ricordi della cognata Cristina (la sorella di Assuero), nei quali apparirà chiaro come a Rita non abbia mai pesato il dover lavorare e che Assuero è stata una figura fondamentale nella sua vita, perché la aspettava la mattina quando ritornava da un parto notturno e le faceva trovare la colazione, perché le organizzava in maniera precisa la giornata di lavoro, perché si occupava dei calcoli e della gestione del patrimonio, cose che Rita non sarebbe mai stato in grado di fare.

Dal suo letto Rita non si alzerà più. Nel giorno fatidico, come spesso avviene, sembra dare segni di miglioramento ed ecco che la vita di Assuero si fa rosea ed egli, di buon umore, scende in paese a far compere, rassicurando i compaesani sullo stato di salute della moglie, fino ad avere un clamoroso alterco con un macellaio, il quale da anni - e consapevole che la morte della moglie è ormai cosa certa - non vede l'ora di dire cosa pensa realmente di Assuero, ossia che è uno sfruttatore, un parassita, un mantenuto dalla moglie. Lo stato d'animo di Assuero cambia radicalmente, fino a quando, giunto a casa stranamente accompagnato dall'odiato ed invidiato cognato Luca, non riceverà la fatale notizia.
Le battute conclusive del romanzo ci mostrano un Assuero distrutto dalla perdita della moglie e un Beppe, invece, risoluto, deciso a dare una svolta alla vita sua e a quella dei suoi cari, ma anche nel momento più drammatico, superata in un primo momento la terribile perdita, Assuero, registro alla mano, si rende conto di essere in credito di parecchi compensi ed inizia nuovamente a fare i suoi calcoli per il futuro.

Ciò che ho scoperto, con mia somma delusione, è che de Una vampata di rossore non è stata fatta nessuna trasposizione cinematografica e me ne dispiace perché questo romanzo meriterebbe senz'altro di essere conosciuto al grande pubblico. Lungi dall'essere un'opera neorealista, d'altro canto lo stesso Rea ha sempre rifiutato quest'etichetta, Una vampata di rossore rappresenta piuttosto, in maniera intensa e drammatica, le vicende familiari dello stesso Rea. Come spiegò a suo tempo Francesco Durante, curatore del Meridiano Mondadori dedicato a Rea, è "piuttosto agevole l'identificazione tra Rita e Lucia Scermino, madre dello scrittore; tra Chele - la "monaca di casa" - e Teresa Rea, sorella di Domenico; tra Assuero, del quale si ripercorrono perfino i trascorsi da carabiniere, e il padre, Giuseppe Rea." Rita è la sua malattia, diventano nient'altro che un pretesto per consentire allo scrittore un tuffo nel passato, nelle proprie origini, per un faccia a faccia coraggioso e appassionante coni fantasmi familiari.

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Commenti (Due)

IlConte
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Spero che arrivino altri, non può andare "sprecata". Io essere ignorante ma recensione mui bella!
BËL (00)
BRÜ (00)

Deep-Frenk
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Ti ringrazio e cercherò di accontentarti al più presto possibile qualche altra lettura poco conosciuta al grande pubblico :)
BËL (00)
BRÜ (00)

Ocio che non hai mica acceduto al DeBasio!

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