Il romanzo di debutto di Emanuele Dabbono come scrittore è una felice incursione nel mondo dei manicomi prima dell'avvento della legge Basaglia. Incursione fatta con la testa e col cuore senza cedere a facili patetismi e retoriche moraliste e sociopoloitiche. La storia che il celebre cantautore narra è fatta di personaggi veri, di situazioni vere, di vita vissuta tra lacrime e risate in modo non molto distante da quelle che caratterizzano l'esistenza di chi in manicomio non c'è mai stato.
Dabbono è un pluripremiato autore di testi, soprattutto. Ha firmato liriche famose e "platinate" per Tiziano Ferro, Giorgia e molti altri. Che piaccia o meno la sua vena poetica, è uno che sa scrivere. Non fa difetto nel racconto in prosa, anche se si nota da subito che è un autore da strofe.
Gli spaesati è una storia ambientata alla fine del 1977, poco prima di Natale, nel manicomio genovese di Pratozanino. Un manipolo di ospiti più o meno disorientati (o più o meno centrati) architetta una fuga in barba alla severa - ma giusta - direttrice sanitaria Curz e soprattutto al perfico e viscido psichiatra Briggi soprannominato Nibbio. Capitanati da Ramon, personaggio picaresco da subito gradevole nel suo porsi, il gruppo di spaesati cerca di valutare ogni possibile strategia continuando ad aspettare il Natale e la neve e ad affrontare le mille insidie di una comunità che si regge su regole scritte e non scritte difficili da aggirare.
Il tono fluido della narrazione, unitamente alla capacità dell'autore di rifnire molti passaggi con sfumature liriche, rende il romanzo avvincente, a tratti spassoso, sicuramente ben radicato in una cornice realistica che accoglie una vicenda quasi surreale. A parte l'incipit in cui si addensano nomi e volti e implica una certa attenzione per entrare con lo sguardo dentro i reparti di Pratozanino, la lettura scorre. La galleria di attori che Dabbono inventa è variegata e accattivante, gli antagonisti giocano bene la loro parte e la componente clinica delle vicende non suona mai disturbante o opportunista. Si sente che l'autore ha approfondito bene il quadro in cui la storia è ambientata. E sa trattare la materia con garbo senza rinunciare a forti dosi di satira e umorismo.
La parte finale è degna di un film dei fratelli Coen e tanto basta a farti concludere l'avventura degli spaesati con un sorriso soddisfatto e un po' di malinconia.
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