Quello che si contesta a “Cime tempestose” non è di certo l’infedeltà al libro. Questo bisogna chiarirlo. Ciò che non funziona nel nuovo film di Emerald Fennell è proprio la coerenza, il senso, la mancanza di quel minimo realismo che serve a creare immedesimazione. L’estetica della Fennell sarà anche moderna, libera, provocatoria, ma se questo va a detrimento della storia, e non a suo vantaggio, beh allora è tutto inutile. Uno sforzo vano.

Ho letto da qualche parte, nel profluvio di articoli dedicati, che quella del film è una storia d’amore ai tempi di TikTok. E penso sia abbastanza vero. Ma andiamo con ordine. Fennell costruisce uno scenario anche suggestivo, se vogliamo. Architetture free, simboliche, musiche intense, parossistiche, costruzioni visive iperboliche, e inizialmente sembra una filigrana autoriale accettabile.

Ma poi si fa prendere la mano, e dalla visione surrealista si passa alla caricatura cartoonesca. Personaggi come mostriciattoli di un film per bambini (il padre deforme e verdastro), un’insistenza dei simboli che diventa goffa (le pile di bottiglie), una costante sessualizzazione che alla fine si trasforma in cattivo gusto (Isabella in catene a quattro zampe, i servi che praticano sadomaso).

Il meccanismo è evidente: una storia d’amore tormentato, carica di simboli, eccessi, sesso, scollature, eccentricità. Caratteri semplificati, raccontati quasi come una soap opera. La storia facile, un tira e molla ripetitivo. I personaggi come gli influencer: la protagonista che sfoggia abiti sempre nuovi, il seno in primo piano. Lui? Un fusto di due metri. Gli altri come caricature: la sorella di Edgar, Isabella, sembra la figlia di Fantozzi, tanto viene messa in ridicolo. Il padre di Catherine è un orco ripugnante, senza gradazioni. La serva Nelly… una rancorosa tessitrice. Edgar? Un cerimonioso ingenuo.

Un contenitore estetico, dove simboli, sesso ed eccessi non approfondiscono il dramma, ma lo semplificano, riducendolo a superficie.

Fennell dunque azzecca proprio poco. Certe scene naturalistiche, bellissime, alcuni scenari simbolici (la stanza con i muri che imitano la pelle di Cathe), le musiche sempre spinte. Ma a livello di scrittura, siamo di fronte a un lavoro di scarsa qualità. Le parole dei due innamorati non costruiscono mai un’evoluzione, non procedono in uno sviluppo, ma ripetono, ribadiscono un solo concetto dall’inizio alla fine. Sono parole estreme, sempre, come se ogni istante fosse l’ultimo. E dunque creano assuefazione, smorzando di fatto la forza del sentimento.

Non credo che sia un problema di capacità, quanto di volontà: l’idea è quella di catturare un nuovo pubblico, quello che al cinema ci va poco, e dunque le immagini diventano preponderanti, i testi, le parole finiscono in secondo piano, semplici, elementari, ripetitive. La capacità di leggere le sequenze, in questi ultimi anni, si è fatta complicata a fronte di ore e ore di scroll quotidiano (i dati recenti parlano chiaro). L’attenzione è sempre più frammentata, una forma di inflazione dell’immagine: e allora bisogna esagerare. Spingere al limite. La bellezza estrema, la sensualità costantemente esibita, le case e i saloni da stropicciarsi gli occhi, i personaggi come maschere carnevalesche.

Nel suo essere alla moda, “Cime tempestose” ci dice quindi quanto sia ormai involuto il gusto di una certa parte di pubblico, che non ha più pazienza per la complessità e pretende un consumo rapido dell’immagine. Tutto diventa come “Barbie e Ken” (come è stato scritto), anche nella brughiera.

Senza parole esatte, senza la poesia dei sentimenti, il mondo interiore di due amanti tormentati si trasforma in una posa a favore di flash e telecamere. Se il cinema rinuncia a essere anche scrittura, ma solo immagine patinata, il rischio concreto è quello di andare in sala a vedere dei graziosi videoclip con modelli che si baciano su musiche trionfanti. A qualcuno potrà piacere, ma per favore, non chiamiamola più Settima arte.

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