Questa recensione del controverso Works Volume 1 di Emerson, Lake & Palmer nasce dalla opportunità (che un sito come DeBaser offre) di commentare insieme uno dei dischi più discussi e maedetti, ed insieme più conosciuti ed importanti, della storia del rock.

Quando, nel 1977, il trio riesce a dare alle stampe il proprio nuovo lavoro sono passati tre anni dal monumentale (ed eccessivo) triplo album live e quattro dall'ultimo disco in studio, quel Brain Salad Surgery che sembrava aver raggiunto la vetta della magniloquenza e della pacchianeria: ed infatti - dopo aver messo insieme un inno sacro, un piano concerto, la consueta ballad di Lake, una storiella honky tonk ed una suite di trenta minuti - gli ELP resteranno bloccati dal loro stesso impeto, incapaci di superarsi, stanchi l'uno degli altri. La critica musicale a quel punto li ha demoliti per bene, e loro progettano solo di curare i propri dischi solisti in pace, con tutto il tempo necessario e fuori dai riflettori. Succede però che mentre il trio si riposa e ognuno inizia a comporre, il mondo sta cambiando: il funky e la disco prima, ed il punk poi, spazzano via tutti i presupposti su cui l'art rock inglese aveva fondato il proprio imperio. Non solo il progressive, ma anche il folk rock, la canzone d'autore, il glam e l'hard entrano in crisi nel breve volgere di un biennio. In particolare, il progressive rock paga il prezzo più pesante perché è il genere obiettivamente più ingombrante: predominanza di strumenti della tradizione colta e classica, suite lunghe e difficili da ascoltare e da suonare, un mondo di riferimento di pura fantasia medievaleggiante, e senza aver studiato musica non se ne fa nulla, e ora invece i ragazzi vogliono suonare nelle cantine, vogliono gridare le proprie incazzature esistenziali e politiche, oppure - aviceversa - vogliono ballare e sfrenarsi senta tante complicazioni in diesis e tempi dispari.

Proprio nei primi mesi del 1977 (un anno qualunque!) la Atlantic, moderatamente perplessa dall'ascolto dei demo, concorda con ELP che le vendite sarebbero certamente maggiori se i lavori uscissero a nome della band, in un unico album doppio, riservando un lato ad ogni musicista e l'ultimo ad un paio di lavori registrati insieme. Viene messa insieme un'elegante copertina di stampo classico e vagamente iettatorio e finalmente esce Works Volume 1, che potrebbe vincere il premio per il disco più massacrato della storia del rock, e con la maggiore velocità.

In perfetto controtempo fantozziano, i tre squadernano al sottoproletariato inglese che sta cominciando a rumoreggiare nelle cantine, nell'ordine: il Piano Concerto No. 1 di Keith Emerson, 18 minuti di musica classica di stampo tardoromantico; cinque ballads dello chansonnier Greg Lake, chiaramente ammiccanti agli standards più antiquati del genere (Edith Piaf, Cole Porter); altrettante composizioni jazz'n'roll, con orchestra e brass band (anche un arrangiamento della mitica Tank) di Carl Palmer, qui nei ruoli che furono di Gene Krupa e Max Roach; infine, un'ultima facciata che ospita una lunga rivisitazione della Fanfare For The Common Man del compositore Aaron Copland, originariamente per soli fiati, e... udite... un'operetta di 13 minuti (trio ed orchestra) sulle gesta dei Pirati. Nientemeno.

Ora bisogna dire che io sono un progster (questo s'era capito) e a me il disco piace, almeno in buona parte, ma ammetto che non si tratta in alcun modo di rock... qui il rock non ci sta nemmeno per sbaglio, tutto sommato neppure laddove Joe Walsh arriva ad aiutare Palmer (LA Nights)... in questo disco c'è musica classica di buona fattura, jazz per big bands, ballads romantiche stile anni '30, '40 e '50 (Hoagy Carmichael, Frank Sinatra), operetta tipo Al Cavallino Bianco ed un solo brano "canonico", strumentale e non troppo movimentato. Un disco che potresti ascoltare se fossi un fan di Gil Evans, insomma (ma Evans s'era già convertito agli arrangiamenti di Hendrix, guarda un po').

Figuratevi cosa successe... il disco fu schernito e sputazzato ferocemente dalla critica, fracassato e bruciato in pubblico (a Londra), additato all'odio eterno ed indicato quale legittimazione della nascente violenza del punk, "lo vedete che ci voleva, cazzo". Tutto sommato ci voleva, a lasciarli fare avrebbero piazzato di lì ad un anno un oratorio sacro e minimo un'opera lirica... invece i tre accusarono il colpo ma non troppo, offrirono il secondo volume (un suicidio, più o meno) e fecero bancarotta in un tour fallimentare, con 80 orchestrali e gli stadi mezzi vuoti. Persino io ammetto che se la andarono pesantemente a cercare.

A trenta e passa anni di distanza si può ragionare sul materiale musicale e trovare spunti pregevoli, o almeno io li trovo, ma non è musica rock e non andava nemmeno portata negli stadi; e invece loro si misero a cantare standards jazz degli anni 20 ed a suonare ragtime e Mussorgsky con l'orchestra, e si presero tutti i pomodori ed i vaffanculi dell'universo. I fans però non li abbandonarono definitivamente e l'album ha acquisito una nobiltà storica che ne fa un classico di vendite tra i dischi degli ELP. Non si sono pentiti, ma io dico che non lo rifarebbero.

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