Copertina di Hope Of The States Left
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Per appassionati di musica indie e rock orchestrale, collezionisti di album rari, fan di sonorità emotive e alternative
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LA RECENSIONE

Left (1) passato prossimo di LEAVE 
Left (2) sinistra: on the left, sulla sinistra... 

In punta di piedi è arrivato, mi ha fregato. Non me ne sono accorto per niente. Si mi ha fregato. Mi ha fregato due volte , come è successo per How We Operate dei Gomez, ovvero: non c'è traccia dell'album in Italia!!! E questo è molto triste.
Non so come trovai il primo qui a Napoli. Un "miracolo" proprio perchè quell'esordio fu un vero "miracolo", un grande album che mi ha accompagnato per mesi e che in mezzo ai tanti gruppi che conosco continua a farlo oggi.

Io intanto "teng' a capa tost'" come si dice qui da me a Napoli e continuo a non fidarmi dei vari ebay e amazon quindi sono stato costretto a ricorrere ad altri mezzi per procurarmi l'album. E devo dire che questo mezzo non è il più nobile per ringraziare questi "speranza degli stati".
Desidererei odorare le pagine del booklet e inserire l'album nello stereo, girarmi e rigirarmi il cofanetto. NON voglio cliccare ed ascoltarlo, NO. Ma la tentazione è stata fortissima , non potevo non farlo, dovevo ascoltarlo questo LEFT perchè ero sicuro di un altro capolavoro assoluto. Così è stato.

"Seconds" è una traccia inutile, un introduzione scarna e abbastanza scontata. I due singoli "Blood Meridian" e "Sing It Out". Nel secondo c'è odorino di Muse e Placebo nelle chitarre iniziali sopratutto. Non è un singolo scelto bene e non è neppure molto bello, mentre quell'altro, Blood Meridian è autentico stile Hope of the States. Chitarre suonate col pennello, batteria ritmata, violini con ritornello sparato a 1000 molto orecchiabile. Lo stile inconfondibile degli HotS continua a farsi sentire distaccandosi poco dall'esordio anche se ci sono alcune chicche come il coretto simil-canzoni di chiesa in "The Good Fight". Nella title track Samuel Herlihy recita "An argument, an ambulance. The sound of sirens in my head just like you're singing to me" costruendo un'ottima canzone con tanto di pianoforte elettrico, in un crescendo di strumenti. "Industry" è breve e tagliente come una lama ben affilata.

L'opinione generale che si ha di Sam Herlihy è quella che ha una brutta voce e che sia proprio quella a rovinare il gruppo, ma secondo me la sua voce sofferta e rauca anche se non è intonatissima esprime emozioni che molti cantanti non esprimono.
Left alla fine è costruito di canzoni orchestrate benissimo con i violini (talvolta fiati).

Le canzoni che vi consiglio vivamente di ascoltare prima di procurarvi l'album sono: Blood Meridian, Left, Industry, This is a question, Forwardirektion.

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Riassunto del Bot

La recensione esalta 'Left', il secondo album degli Hope Of The States, per la sua qualità orchestrale e la ricchezza emotiva. Pur evidenziando la scarsa reperibilità in Italia, il giudizio è entusiasta, con particolare apprezzamento per le tracce 'Blood Meridian' e 'Industry'. La voce di Samuel Herlihy, seppur discusso, viene invece valorizzata come veicolo di emozioni sincere.

Tracce testi video

01   Seconds (01:52)

05   The Good Fight (04:19)

06   Left (05:26)

07   Industry (02:25)

08   This Is a Question (03:35)

09   Little Silver Birds (04:26)

10   Four (03:09)

12   Forwardirektion: (03:19)

13   The Church Choir (06:53)

Hope of the States

Hope of the States sono un gruppo indie/post-rock inglese nato a Chichester a fine 2000. Debuttano con The Lost Riots (2004, produzione di Ken Thomas) e proseguono con Left (2006). Arrangiamenti orchestrali, toni epici e la voce di Sam Herlihy li caratterizzano.
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