Il primo disco degli Hot Hot Heat, pur nella sua normalità, conteneva alcuni episodi che facevano sì che si facesse ascoltare quando si voleva passare una mezz'oretta spensierata (in pratica un disco per il fitness...). Cosa ci riserva questa nuova creatura?
L'inizio è sparato, come a dire "uè siamo tornati!" (“Running”): melodia scanzonata e rockeggiosa, chitarra sferragliante a go go e cantanto a squarciagola... Poi l'abisso. Le coordinate sono quelle degli Strokes (ed epigoni), il suono garage, spruzzate di punk, in chiave pop-rock, ma il vuoto cosmico di idee è spesso imbarazzante.
L'impasto sonoro è molto coeso, il gruppo insomma c'è, manca quel quid che li faccia svettare. Il cantanto è sempre del tipo "a squarciagola" che dopo un po' stufa a causa della monocromaticità.
C'è sempre un richiamo a qualche altro gruppo, altro pezzo: la ballata "Jingle Jangle", ricorda gli Starsailor, con richiami "cosmici" ai Radiohead (e ad altri 14 milioni di gruppi, putroppo).
L'attacco di "Middle Of Nowhere" mi ricorda musicalmente "Rock'n'roll" dei Velvet Underground, qualche tono più in alto. In "Shame On You", pare di sentire Ricky Martin che funkeggia (oddio "Living La Vida Loca" funk/rock con innesti "melodia da pappone" tipo i Cake).
"Elevator" comincia tipo i Radiohead di "Planet Telex" per divenire nel ritornello addirittura il Robbie Williams di quel pezzo di cui mi sfugge il titolo (quello in cui lui fa il pilota di F1 anni '70...).
La cosa migliore sono le "code" dei pezzi (vedi quella di "No Jokes - Facts"): spesso in quei 30 secondi si trovano idee che se fossero state sviluppate meglio mi avrebbero di sicuro fatto alzare il voto finale.