23 aprile 1967, invitato ad esibirsi per promuovere il centro culturale da poco fondato a New York dal percussionista di origine africana Olatunji, Coltrane decide di pagare di tasca propria la registrazione dell'evento.
Divorato dalla malattia che lo ucciderà, sa di avere i giorni contati. Questa consapevolezza, unita alla volontà di documentare gli ultimi sviluppi della sua inesauribile ricerca, lo spingono a pagare di tasca propria la registrazione della serata: questa costituisce il contenuto di "The Olatunji Concert", pubblicato nel 2001 dalla Impulse.
I due lunghi brani dilatati, "Ogunde" e "My Favourite Things", riportano in vita un Coltrane che ritorna di prepotenza sulla terra, piantandovi le mani per scavare alla ricerca delle proprie radici (l'Africa della copertina), e dalle radici poter infine ascendere al sublime: il suo sax e quello di Sanders urlano forte, in un serrato call-and-response, perché forte è il dolore per il proprio destino, ancor più se lo si sa già scritto. Intorno a loro, i due percussionisti e il batterista Rashied Alì sembrano voler indurre uno stato di trance attraverso un rito sciamanico, mentre i saliscendi psichedelici del piano di Alice Coltrane sembrano voler aiutare il marito nel suo spingersi verso l'alto, in un sentito commiato; solo il contrabbasso del fido Garrison si cimenta nella sfida, persa in partenza, di mantenere qualche appiglio col reale.
Di un'intensità e fisicità estremi, questo live lascia frastornati e stremati per la sua bellezza, bellezza che potrebbe sfuggire agli amanti delle registrazioni tonde e pulite, ma non potrà che catturare tutti coloro che hanno a cuore l'essenza della musica, anziché la sola forma.
A live supreme: lo spirito continua!