Il quarto lungometraggio di Glazer è il film dell’anno insieme con Poor Things di Lanthymos.

La zona d’interesse ha ottenuto 5 candidature e vinto 2 Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes, 3 candidature a Golden Globes, 9 candidature e vinto 3 BAFTA, 5 candidature e vinto un premio ai European Film Awards, Il film è stato premiato a National Board, 1 candidatura a Critics Choice Award, 1 candidatura a Spirit Awards.

Un altro film sull’Olocausto (per eccellenza) quindi.

Il film è molto originale, per le tecniche di ripresa e la fotografia ad esempio: Dalle note di Wikipedia:

Le riprese si sono svolte nella seconda metà del 2021 ad Auschwitz. Sono state utilizzate delle macchina da presa operate da remoto nella residenza degli Höß, ricostruita dallo scenografo Chris Oddy, utilizzando la luce naturale e permettendo agli attori di muoversi liberamente all'interno della scena mentre erano ripresi da più di dieci angolazioni contemporaneamente.

In effetti la fotografia, la luce naturale - molte sequenze sono state girate in pieno giorno, in splendide giornate di sole in un contesto bucolico e sereno - è magnifica. Lo stesso dicasi per il sonoro, il film ha vinto l’oscar per il sonoro, oltre quello come miglior film in lingua straniera. Anche il taglio delle inquadrature è di pregevole fattura. Veniamo ora alla seconda peculiarità (originalità) della pellicola: il COME.

Come viene trattato l’Olocausto? Da una prospettiva che di rado si è vista in passato: quella della famiglia di Rudolf Franz Ferdinand Höß, membro delle SS e primo comandante del campo di concentramento di Auschwitz. L’espediente è potente in effetti, lo scorrere delle giornate di questa “perfetta” famigliola tedesca, con 5 figlioletti al seguito, il cane, la servitù. La residenza è a ridosso del campo di concentramento. Si va al laghetto a fare il bagnetto, una gitarella con la barchetta, un pic-nic in giardino, c’è la piscinetta con lo scivolo. Intorno il muro di cinta del campo di concentramento, che brutto… ci farò crescere l’edera rampicante così copre un po’… dice la moglie di Rudolf a sua madre invitata per l’occasione …lui mi chiama la regina di Auschwitz dice tra il compiaciuto ed il divertito. La mamma resterà a dormire, ma avrà difficoltà a prendere sonno, i forni crematori sono a due passi e sempre in funzione, anche di notte. La vecchiarda si alzerà dal letto e scosterà la tenda per osservare, in una delle sequenze più suggestive e disturbanti.

La scelta di far sentire ma non vedere l’orrore si rivela azzeccata, crea un senso di disagio, di nausea, amplificato dal continuo e reiterato tran-tran familiare che, davvero, occupa uno spazio molto ampio in termini di minutaggio, e finisce per generare, spesso, un senso di noia rispetto al film in sé, che non ha una trama, non ha uno sviluppo vero e proprio. Ma in questo lungo e straniante compendio della perfetta famigliola tedesca, Glazer inserisce brevi sequenze da incubo. La ragazza che nella notte raccoglie le mele per i prigionieri, con un virato bianco e nero agli infrarossi, mentre la voce fuori-campo di Rudolf racconta la fiaba di Hansel e Gretel ai figlioletti per farli addormentare, resta impressa.

Un altro punto di forza de La zona d’interesse è senza dubbio la colonna sonora, davvero potente, tronituante, agghiacciante, di Mica Levi, giovane cantautrice e compositrice britannica, che già nel 2013 aveva composto la colonna sonora di Under the Skin del 2013 sempre di Glazer. La musica è una bomba che deflagra per pochi secondi, un colpo di pistola e marchia e suggella l’orrore in modo magistrale.

Veniamo dunque al finale, strepitoso è dir poco… quasi mai utilizzo l’aggettivo che sto per scrivere: GENIALE

***SPOILER***…dove Rudolf, a notte fonda, scende la scale dal suo ufficio di Berlino ed inizia ad avere dei conati di vomito, poi si guarda intorno, sul corridoio dell’enorme palazzo, per vedere se qualcuno l’ha visto, con un’aria di profondo smarrimento o di colpa (??). La sequenza è inframezzata e si sposta al giorno d’oggi, dove un gruppo di inservienti pulisce il Museo statale di Auschwitz-Birkenau, passando tra le camere a gas, i forni crematori e le stanze in cui sono conservate le migliaia di oggetti personali delle vittime. Quei conati per me, sono l’anima che vorrebbe abbandonare il corpo porco del macellaio criminale mostro assassino. ***FINE SPOILER***

È un film che resta impresso, davvero non lascia indifferenti, e merita una seconda visione per capirlo meglio.

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