I Kalmah, sono una band che si attesta su livelli che, in maniera generale, dovrebbero dirsi di "Death Metal melodico", e forse è probabilmente così ma, a differenza di parecchi loro colleghi appartenenti alla corrente "Swedish" hanno in più una vera e propria turbina che li mobilita e, senza dover per forza ricorrere alle masturbatorie e fini a se stesse "sparate" Power di tanti loro conterranei maggiormente dotati di blasone, mettono in mostra una tecnica eccelsa e una vena ispirativa di chiara e palese matrice brutale.
Non aspettatevi quindi, ascoltandoli, spiragli epici troppo volteggianti o chissà quale altra cosa.
Per carità, i rimandi alla melodicità e alle profusioni tristi e ancestrali in questo album ci sono eccome, ma dettati per la maggiore da una base saldamente radicata nel Thrash più violento e, in certi passi, anche in un buon Black Metal.
Le canzoni sono undici e funzionano tutte (o quasi) come egregi esempi di tecnica condita ad una ferocia davvero superlativa e ad una tecnica invidiabile. Il cantante e chitarrista, nonché leader della band Pekka Kokko mette in mostra tutto il suo talento, che, a quanto pare, per lui significa quasi sempre e solo accelerate su accelerate e assoli dati al fulmicotone su basi pensate ed eseguite per "spaccare" in maniera totale. In più, il suo growl, seppur poco profondo e gutturale, ma bensì catarroso e irato, riesce bene ad incastonarsi nella struttura intricata, sempre complessa e pestata dei brani. Ma non è solo il leader della band a potersi vantare di tutto quello che riesce a fare: tutti gli altri componenti macinano note su note senza sbagliare un colpo, ad iniziare dal tastierista Marco Sneck che, tra una sfuriata ed un'altra ancora, pone dei preziosi e sempre vibranti tocchi di sinfonicità, che in una certa qual parte rimandano al Black scandinavo, e ne riesce a trarre solo il meglio; e poi, pure, non bisognerebbe dimenticare il batterista Janne Kusmin che, in quanto a ponderatezza, seppur nei svirgolati ed inumani cambi di tempo che le canzoni gli impongono, mette in mostra una potenza d'esecuzione e un profilo tecnico da far impallidire la maggior parte dei suoi più famosi colleghi.
E quindi, senza perdersi in altre chiacchere sul profilo musicale di questi cinque finlandesi, occorre dire, alla fine di tutti i discorsi, che questo "The Black Waltz" vale di certo il prezzo che costa, ed anzi si fa apprezzare in parecchi suoi episodi: "Defeat", "To the Gallows" dall'attacco che molto mi ha ricordato gli Iron Maiden, "The Black Waltz", "The Groan of Wind" che si classifica, almeno a parere di chi scrive, come il miglior brano del cd, il più pensato e coinvolgente, il maggiormente legato agli stili e alle attitudini Death, con in più un assolo ciclico che si ripete per quasi tutta la sua durata e che, oltretutto, è un esempio da manuale su come dovrebbe essere (e in molti casi non è) il Death melodico, oppure, per rimanere in tema "Speed", "Mindrust" che, oltre a portare i soliti e certi orpelli delle altre canzoni, esplode in velocità con lo stesso fragore di un palazzo che crolla e senza perdere impatto, come una qualsiasi band Black Metal conosciuta saprebbe fare.
Per finire, mi sentirei di consigliare questo album a chi ha già dimestichezza con lo "Swedish Death Metal", e che è, senza complimenti di sorta, un'altra "catenata nelle palle", come ha scritto un altro Recensore in occasione di un altro loro lavoro, che non passerà di certo alla storia come un album indimenticabile, ma che almeno investe molto sull'onestà e sull'impatto, pur non rinunciando alla tecnica.
Ah! Se solo gli In Flames fossero come i Kalmah! Ci sarebbe di che osannarli, e non solo per gli allori che alla svelta gli si stanno bruciando sotto la sedia, ma anche per i meriti compositivi e musicali.