Con questa recensione inauguro una nuova categoria: "Perché guardare questo film".
Dead Again - attualmente disponibile su Netflix - è un interessante reperto archeologico del 1991 ed è un film per tutti.
Agli inizi degli anni Novanta Kenneth Branagh era la stella nascente del cinema britannico. Forte del successo dell'adattamento cinematografico dell'Enrico V di Shakespeare, decise che era giunto il momento di conquistare Hollywood. Il pubblico italiano probabilmente fu meno coinvolto nell'entusiasmo collettivo che circondava Branagh e l'allora moglie Emma Thompson, ma nel Regno Unito, Kenneth era davvero l'uomo del momento: il nuovo Laurence Olivier, secondo alcuni. Laurence Olivier era ancora vivo - per poco - ma certi dettagli non dovevano ostacolare la costruzione di un mito.
Come accade per musicisti e gruppi rock, ogni uomo di spettacolo anglosassone sa che il vero certificato di celebrità viene rilasciato oltreoceano. Branagh non fece eccezione e, dopo Shakespeare, decise di misurarsi con un thriller ambientato a Los Angeles. La scelta, col senno di poi, appare quantomeno temeraria.
Dead Again, nonostante il titolo truce è più un gattino confuso che un leone. È uno pseudo-neo-noir che tenta contemporaneamente di essere un giallo, una storia d'amore oltre la morte, un racconto gotico, un film sulla reincarnazione, un esercizio di stile hitchcockiano e una riflessione sul destino. Mettere insieme tutti questi elementi avrebbe richiesto equilibrio e precisione; Branagh preferisce invece lanciare tutto nel frullatore e sperare per il meglio.
L'inizio è promettente. Siamo nel 1948. Attraverso titoli di giornale apprendiamo dell'omicidio della giovane pianista Margaret Strauss e della successiva condanna del marito Roman, celebre direttore d'orchestra accusato del delitto. L'atmosfera è elegante, sofisticata, autenticamente noir. Per qualche minuto si ha persino l'impressione di essere finiti in un grande film.
Poi la scena si sposta nella Los Angeles contemporanea e il castello di carte comincia lentamente a traballare. Durante una notte tempestosa, una giovane donna identica a Margaret si risveglia in un convento, muta e terrorizzata. Suore, tuoni, incubi e corridoi oscuri: più che un noir sembra l'inizio di un horror di terza categoria.
La ragazza viene affidata a Mike Church, investigatore privato interpretato da Branagh stesso. Mike dovrebbe essere brillante, ironico e affascinante, ma finisce per sembrare un uomo che ha dimenticato quale personaggio stia interpretando. Hard-boiled? Commedia romantica? Detective disincantato? Giovane vedovo malinconico? Branagh prova tutte le opzioni disponibili senza sceglierne davvero una.
Nel giro di pochi giorni Mike porta la misteriosa sconosciuta a casa sua, pubblica annunci sui giornali, si innamora di lei e inciampa in un ipnotizzatore convinto di poter recuperare ricordi sepolti nelle vite precedenti. A questo punto il film smette di svilupparsi e comincia ad avvitarsi su se stesso.
Seguono flashback, sedute ipnotiche, falsi sospetti, coincidenze improbabili e una quantità industriale di citazioni cinematografiche. Branagh sembra aver saccheggiato la videoteca di Hitchcock con l'entusiasmo di un collezionista compulsivo. Ci sono richiami a Vertigo, Dial M for Murder e Spellbound, mentre alcune sequenze sembrano uscite direttamente da Brian De Palma, che almeno ha sempre avuto il buon gusto di dichiarare apertamente i propri furti. Ma il problema non è nemmeno il plagio, piuttosto la convinzione che la citazione equivalga automaticamente all’essere un cineasta brillante. Dead Again finisce per assomigliare ad uno studente che mostra i compiti svolti copiando dai migliori della classe e pretende pure il massimo dei voti.
A rivederlo oggi, Dead Again è decisamente il film di un giovane artista talentuoso e completamente ubriaco del proprio talento. Branagh dirige come se ogni inquadratura meritasse un applauso e scrive come se ogni svolta della trama fosse una rivelazione metafisica. Peccato che, una volta terminato il film, ciò che resta non sia il senso del mistero ma una lunga lista di interrogativi irrisolti. Hitchcock costruiva labirinti dai quali esisteva un'uscita. Branagh costruisce un labirinto, perde la mappa e poi dà la colpa al karma.
Non è un caso che l'opera migliore di Branagh resti anche la più umile: quella in cui cercava di servire Shakespeare anziché competere con lui.