Estate.
Attesa, tre mesi desiderati fra i banchi di scuola in cui scattava il countdown durante l'ultimo giorno, due settimane scarse sperate fra le scrivanie dell'ufficio. Seducente, calda, piena di speranza. L'estate quando si è studenti è una parentesi enorme, un miscuglio micidiale di voglia d'evasione e consapevolezza che quando torni tutto sarà lì ad aspettarti. Almeno finchè i dannati cellulari non ti hanno dato la possibilità e, soprattutto, la necessità di sapere sempre, continuamente, dove si trovano le persone a te care, cosa stanno facendo, perchè non si fanno sentire.
Io ricordo le estati fino ai 18 anni, arrivava la metà di Giugno e saltavo fuori da quel banco per andare da qualche parte in cui nessuno poteva raggiungermi, fosse anche camera mia, ma era la mia camera d'estate. Sapevo però di per certo che a Settembre sarei tornato e avrei trovato tutti lì al loro posto. Ora no, ora se qualcuno non si fa sentire per una settimana mi domando sempre perchè, sarà successo qualcosa, avrò detto qualcosa di male? Fottuta tecnologia.
L'estate però è sempre la stessa, la stagione più sospesa di tutte, la necessità di non pensare che si fa strada, la voglia di staccare che diventa sempre più forte, finchè inizi a lavorare e ti accorgi di quanto l'estate sia breve, quando devi far combaciare le tue due settimane di ferie con quelle di chi ha altre necessità; io ho sempre avuto una concezione scolastica degli anni, per me un anno non termina a San Silvestro, mi viene più facile tirare le somme di ciò che ho vissuto quando l'estate muove i primi passi, c'è un senso di rottura molto più netto, marcato, puoi tornare e cambiare, anche se non accade mai.
A capodanno no, è solo una sera come tante altre che se non avessi il tarlo di dover fare qualcosa a tutti i costi probabilmente passeresti come tante altre sere a giocare on-line a Fifa sulla XBox. L'estate sente la necessità di certe melodie, brevi e semplici, come quelle dei Kids On A Crime Spree, melodie che quando le senti pensi che tutti gli anni '60 siano stati vissuti d'estate. Loro non vengono dagli anni '60, questo disco è di oggi, appena sfornato nel 2011, ma la ricerca del suono finisce per arenarsi in quel decennio, con i Beach Boys a cantare melodie in tinta con l'atmosfera regnante quando i nostri (almeno, i miei) genitori ancora dovevano fidanzarsi.
"I Don't Want To Call You Baby, Baby", "Trumpets Of Death", la voce di Mario Hernandez piena d'eco, puzza di vecchie casse, Bill Evans e Becky Barron che riempiono le basi con suoni retrò. Tutto qui, e tutto godibile. Nessun pezzo supera i 3:30, il disco scivola via che è un piacere, un piacere che resta. Te ne ricordi, io me lo ricordo quello scorcio di mare in cui sorridi. Come su "Sweet Tooth", dolce. O come su "It's In My Blood", zozza e nostalgica. "Impasto" è la cosa migliore del disco, son quei momenti verso sera in cui fa caldo ma non si suda, in cui ti senti raggrinzire la pelle dopo i primi giorni di sole.
Il sole d'estate è forte, ti segue, ti controlla e ti stanca, non lo sopporterei più di quei tre mesi che gli concedo, ma tutto sommato lo apprezzo, mi apre un intervallo che finisco sempre per classificare, perchè tutte le estati alla fine vengono prese come punti di riferimento. E dopo che "Jean-Paul Sartre 2" chiude, neanche ci si rende conto che l'estate è finita.
Elenco e tracce
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