Questo disco sono i tardi anni ’90 vissuti in ritardo, autoradio e chiavette USB, allegri trasognati episodi ritagliati dalla memoria, sovrascritti da ascolti reiterati e acri odorosi pennarelli, matite e acrilici.
Questo disco è così, è come aprire cassetti, scrigni ricolmi di gingilli, echi, falsetti, decalcomanie, ramoscelli raccattati agl’angoli delle strade, e trovarci questo: un patchwork, che già la copertina, un taglia&cuci d’altri tempi, che riverbera a più non posso.
Allora ragazza, Leila s’era calata a capofitto nel fondo d’uno scanzonato raffazzonare, limava pezzi con l’aiuto d’altri, forse coadiuvata da colla vinilica e certo da una fervida immaginazione. La si vede lì, immortalata e ritagliata alla bell’e meglio, sul suo motociclo. In odor di fresca santità, intinta di cieli blu.
Questo disco è tutto un attingere, annodare, campionare, attardarsi nei quarti d’ora, scucire, ricucire, incurvare, dedurre. Con calma però, con serafica armonia.