Le quattro vedove

Casa mia, riflettevo oggi guardando fuori dalla finestra, è circondata dalle case di quattro vedove: due verso nord, una a est, una a sud. Soltanto il lato ovest è libero da vedove, dando sul giardino di un’abbinata in cui abitano due giovani coppie con figli: è il lato che mi piace meno.

Le quattro case vedovili sono molto grandi e sono tutte sviluppate su due piani. Quella che volge verso sud la frequentai molto spesso da bimbo: la ricordo come una casa eccentrica, dall’aria tardo-ottocentesca, con grandi specchi appesi alle pareti e la moquette a coprire i pavimenti nelle stanze buie del piano terra. La vecchia abitava soltanto il piano superiore, già a quel tempo: giù rimaneva soltanto un odore stantio, di legno e di castagne, che impregnava come un veleno tutti gli oggetti, immersi in una coltre nera e marrone. Nei giorni successivi alla mia prima comunione ebbi modo di entrare anche nella casa della vedova che guarda a est, per portare a lei e a suo marito, allora ancora in vita, la bomboniera: un coniglio di porcellana porta-cotone. Vidi soltanto la cucina, che era una stanza piccola e scialba, con piastrelle sui muri, un tavolo rotondo e una credenza dall’aspetto economico. La casa, enorme, deve avere almeno altre dieci stanze, le cui tapparelle ormai sono sempre chiuse: l’odore di quelle stanze deve essere l’odore del mondo vent’anni fa – quando per l’ultima volta la signora e il signor Galiazzo si sentirono parte integrante delle cose.

Oggi le quattro vedove sopravvivono all’interno di sistemi troppo grandi, su cui non calzano più i loro fianchi emaciati dalle malattie: nelle stanze chiuse si accumula polvere invano, e le cellule vitali che le vedove si sono ritagliate dentro le proprie case si riempiono di bollette e medicine, di guide ai programmi tivù, scialli e coperte. Di tutte le fredde cose che dureranno più di loro.

Il momento più brutto delle mie giornate è quando guardo fuori dalla finestra e vedo loro che mi vedono guardando fuori dalla finestra. Nei loro occhi leggo l’assurdo senso di colpa per la propria casa troppo grande, ma leggo anche un livoroso compatimento verso l’intera umanità. Mi guardano, e pensano che abitiamo tutti in posti troppo grandi, su cui ritagliamo cellule vitali che rappresentano solo il peggio di noi. E poi riaccostano la tenda, con un sorriso di catrame.

Targetski , Il 30 maggio 2009 — DeRango: 0,00

BËL (00)
BRÜ (00)

Dì la tua! (Se proprio devi)

Ocio che non hai mica acceduto al DeBasio!

Per vivere con pienezza la vera esperienza dello stare sul DeBaser è bello esserci registrati. Quindi: